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Ultimo Aggiornamento
sabato 24 settembre 2011

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Quei "giapponesi", che credono di essere ancora in emergenza
di Umberto Lorini - direttore de la Gazzetta

Saluggia - L'aspetto più scandaloso, che nessuno ricorda mai, di tutta la vicenda del deposito D2, è che quest'opera è stata autorizzata sei anni fa, in deroga alle leggi e al piano regolatore, per esigenze di "necessità ed urgenza", e per il fatto che si era in pieno "stato di emergenza". L'emergenza si è conclusa da quasi cinque anni (il Governo non l'ha più rinnovata) ma Sogin, con la complicità del Comune, a Saluggia continua a voler utilizzare quelle vecchie autorizzazioni "emergenziali" anziché – come fanno tutte le altre aziende e tutti gli altri privati cittadini – attenersi alle norme urbanistiche vigenti. Come se l'emergenza nucleare del 2003-2006 non fosse mai finita, nonostante il Governo abbia scritto molto chiaramente che occorre "tornare alle procedure organizzative ordinarie". I dirigenti di Sogin fanno come quei giapponesi che in alcune isole del Pacifico continuarono a considerarsi in guerra con gli americani fino a metà degli anni Cinquanta, fingendo di ignorare che il Giappone aveva firmato la resa agli Usa nel settembre del '45.

Sogin continua a voler realizzare un deposito "temporaneo" a Saluggia, in area inedificabile, quando invece dovrebbe dedicarsi alla costruzione di un deposito "definitivo" in un altro luogo del Paese. E fa tutto ciò, dicevamo, con la complicità del Comune di Saluggia. Vediamo perché.

  1. La comunicazione di inizio lavori del deposito D2 è pervenuta al Comune, firmata dal project manager di Sogin ing. Michele Gili, il 13 luglio 2011. Ravetto non la considera regolare e, con comunicazione a Sogin del giorno successivo, ne chiede una "firmata da committente, direttore dei lavori, legale rappresentante dell'impresa esecutrice e responsabile sorveglianza lavori". Su questa comunicazione Comune e Sogin mettono in scena, per distrarre i grulli e gli sprovveduti, un minuetto sulle firme – aspetto del tutto secondario – ma fanno finta di dimenticarsi dell'aspetto principale: le date. Il comma 2 dell'art. 15 del Testo Unico dell'Edilizia – a cui le Ordinanze di Jean non derogavano: derogavano agli art. 10, 11, 12, 13 e 16, non a questo – prevede esplicitamente che la data di inizio dei lavori non possa essere "superiore ad un anno dal rilascio del titolo". E il "titolo" in questione è il "permesso di costruire", cioè la stessa Ordinanza di Jean (13 dicembre 2005, rettificata il 24 febbraio 2006). Quindi, per il deposito D2, l'inizio dei lavori avviene a ben più di un anno (a più di cinque! In barba alle famose "esigenze di necessità ed urgenza" che giustificavano l'emanazione delle Ordinanze) dal rilascio del titolo. Il Comune quindi, volendo (ma evidentemente non vuole) avrebbe il pieno diritto di dire a Sogin: signori, avete aspettato troppo, è trascorso più di un anno dal "rilascio del titolo" e quindi non potete iniziare i lavori di costruzione del D2.

  2. Sempre l'art. 15 del Testo Unico dell'Edilizia prevede che il termine "di ultimazione entro il quale l'opera deve essere completata non può superare i tre anni dall'inizio dei lavori". Nell'estate 2009 il funzionario Ravetto, pur non avendo i poteri del Commissario, ha concesso a Sogin una proroga del termine di ultimazione lavori di "tutte le opere connesse all'impianto di cementazione Cemex", comprese quelle – come il D2 – che in quel momento non erano ancora state iniziate. Il termine per l'ultimazione dei lavori "è quindi stato posticipato al giorno 2 luglio 2012". Sogin sta iniziando a costruire il D2 nell'estate 2011 non grazie all'Ordinanza di Jean, ma grazie alla proroga di Ravetto.

Ora: ammettendo per un momento che la proroga concessa da Ravetto con il consenso della Giunta Pasteris sia legittima (ma probabilmente non lo è: c'è un ricorso pendente presso il Presidente della Repubblica che presto verrà discusso), Sogin dovrebbe terminare i lavori di tutte le opere connesse al Cemex – compreso il deposito D2 – entro il 2 luglio 2012. Per sua stessa ammissione, non ce la farà: nel comunicato diramato il 25 luglio scorso, Sogin scrive che «la costruzione del deposito D2 richiederà tre anni».

Quindi Sogin inizia i lavori ora... e fra dieci mesi, non avendoli conclusi, chiederà al Comune un'ulteriore proroga. E se il Comune (chi sarà sindaco in quel momento?) non la concederà, tra meno di un anno ci ritroveremo un deposito costruito solo per metà, uno scheletro di cemento armato da demolire. Altri milioni di euro (ricordiamo che Sogin è società a intera partecipazione pubblica) gettati via. Ma per il nucleare e per la sua eredità, l'Italia di soldi non ne ha già buttati abbastanza?

(da la Gazzetta del 1 settembre 2011)


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