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Ultimo Aggiornamento
domenica 28 giugno 2009

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Nel 2000 sfiorata la catastrofe

Vercelli - «Nel 2000 si è sfiorata una catastrofe planetaria se l'alluvione avesse portato via alcuni contenitori metallici interrati in cui ci sono custodite le scorie liquide più pericolose d'Europa: un terribile cocktail di prodotti di fissione, plutonio e uranio, che sarebbero potuti finire dalla Dora nel Po, con un danno irreparabile per la pianura Padana». Le parole sono del premio Nobel Carlo Rubbia e la sfiorata catastrofe planetaria a cui fa riferimento è quella che poteva essere causata dall'alluvione del 14 e 15 ottobre 2000.

Chi non ricorda quei giorni? Tra sabato 14 e domenica 15 ottobre le acque del Po invadono Trino, quelle della Dora Baltea e del Canale Farini allagano alcuni locali del complesso Fiat – Avio, Eurex ed Enea di Saluggia, dove sono stoccati i combustibili provenienti dalle centrali nucleari di Trino e del Garigliano. Trecento metri cubi circa di scorie liquide, contenute in fusti di acciaio e sepolte in un bunker di cemento armato (che comunque, impermeabile non è).

Dieci giorni dopo l’alluvione č il sindacalista della Cgil Giorgio Comella a sollevare il problema della sicurezza nucleare nel corso di una riunione con gli allora ministri Nerio Nesi e Piero Fassino. Poi, in due relazioni, prima la Provincia di Vercelli poi l'Arpa rilevano fuoriuscite di materiale radioattivo, ma non in misura tale da costituire un effettivo pericolo per la popolazione. Insomma: dalle relazioni tecniche, ai tempi pubblicate integralmente da La Sesia, si capisce che il disastro è stato evitato. Per un soffio.

Anzi, per un soffio, i disastri evitati sono forse due.

Perché a un certo punto, mettendo insieme alcune "stranezze" che si erano verificate a Vercelli nella giornata della "grande paura" (ad esempio gli avvisi trasmessi dalle forze dell'ordine ai residenti di alcuni rioni affinché liberassero scantinati e piani bassi delle case, nonostante il livello di Sesia e rogge non fosse tale da giustificare un simile invito) e alcune indiscrezioni trapelate nel muro compatto del silenzio ufficiale, appare chiaro che, di fronte all'aggravarsi dell'onda di piena, la scelta obbligata sarebbe stata quella di salvare gli impianti nucleari di Saluggia facendo allagare alcuni quartieri della città.

Il 24 novembre 2000 La Sesia pubblica la cronaca dell'alluvione mancata, spiegando come, attraverso la fitta rete di canali e rogge che tagliano la pianura vercellese, si sarebbe messa in atto questa strategia estrema. Cioè: piuttosto che lasciare andar sotto la parte bassa di Saluggia con i suoi impianti nucleari e le sue scorie liquide – innescando quella catastrofe planetaria evocata da Rubbia – il male minore sarebbe stato quello di convogliare l'ondata di piena su Vercelli, allagando vari rioni della città, ma salvando i preziosi fusti.

Perché, e anche queste sono parole di Rubbia, «Non abbiamo la minima idea di quello che potrebbe succedere dei fusti con le tonnellate di sostanze radioattive che abbiamo seppellito. Ci liberiamo di un problema passandolo in eredità alle generazioni future. Nascondiamo le scorie pensando che non ci saremo per risponderne personalmente».

È con l'alluvione del 2000 che, forse per la prima volta, i vercellesi sentono parlare del loro territorio come di una pattumiera nucleare. È da allora che, periodicamente, qualcuno ricorda che, a poche decine di chilometri dalla città, sono stoccate, in un'area golenale, circondata dalla Dora e dal canale Farini, la maggior parte delle scorie nucleari italiane. È da allora che si parla della necessità di un deposito unico sicuro. Ed è da allora che, quando si tenta di passare dalle parole ai fatti, ci si trova di fronte a un muro. Perché nessuno, in Italia, vuole vivere con il bunker delle scorie vicino a casa. Così, per evitare sollevazioni sullo stile di Scanzano, si preferisce lasciare che tutto resti com'è: chi ha la "spazzatura radioattiva" se la tiene. Con i milioni di euro che lo stato versa come compensazioni (compensazioni per i disagi subiti – e quest'ultimo aspetto che andrebbe analizzato e chiarito nelle sue molteplici implicazioni invece viene sempre abilmente rimosso) a indorare la pillola.

E con un sospetto: che l'abitudine tutta italiana a trasformare in definitivo ciò che nasce come provvisorio, possa trovare anche in questo campo una fertile applicazione.

(da la Sesia del 16 giugno 2009)


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