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Ultimo Aggiornamento
mercoledì 29 ottobre 2008

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2007 ~ 2008
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Tutte le scorie restano a Saluggia, la regione si ricrede sul nucleare
di Jan Pellissier

Torino - Si riapre il caso Saluggia, la piccola città vercellese dove dal 1980 sono stivati il 65% dei rifiuti radioattivi provenienti dalle 4 centrali nucleari aperte in Italia nel secondo dopoguerra. La giunta di Mercedes Bresso ha infatti avallato la costruzione di un nuovo maxi deposito di rifiuti nucleari il cui bando di costruzione è stato pubblicato l'altro giorno sulla Gazzetta Ufficiale europea. Valore 12 milioni di euro, scadenza del bando 17 novembre, consegna dopo 635 giorni di lavori. Una decisione che va nella direzione opposta al patto per le energie rinnovabili e contro il nucleare che la Bresso ha firmato solo venerdì scorso con il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola. Non solo, il nuovo deposito sarà infatti come l'attuale a rischio esondazioni, la Dora Baltea gli passerà infatti a fianco come già accade oggi. Non solo, nei pressi del vecchio e nuovo impianto, ci sono anche i pozzi dell'acquedotto del Monferrato, che serve ben 100 comuni.

Il nuovo impianto grande quasi il doppio dell'attuale sarà quindi in grado di accogliere tutti i rifiuti radioattivi d'Italia, più molti altri che potrebbero arrivare dalle centrali che il Governo intende aprire nei prossimi anni. L'impianto di Saluggia è previsto che duri 50 anni, almeno. L'avvallo della Regione è testimoniato da un parere della Direzione tutela e risanamento ambientale del 16 marzo 2006. Allora la Bresso insieme a numerosi assessori, non si oppose all'ingrandimento dell'impianto, "ritenendo" solamente e non prescrivendo, che l'impianto di Saluggia non diventi un impianto di stoccaggio definitivo. Grazie a questo equivoco uso della parola "ritenere", ora i rifiuti stanno per sempre in Piemonte, a 40 chilometri da Torino. Tutto questo poi, senza che neanche si sia iniziata la costruzione dell'impianto di solidificazione dei rifiuti, un passaggio fondamentale per evitare che i rifiuti rimanendo liquidi possano disperdersi. "Noi non ci siamo mai opposti all'impianto di solidificazione – spiega Gian Piero Godio, responsabile di Legambiente a Vercelli – che deve essere realizzato prima del deposito, che non doveva diventare quello definitivo".

Più di cento tonnellate di materiale ad alto rischio.
A Saluggia dal 1980 sono stivati 230 metri cubi di materiale radioattivo liquido, si tratta di quello che rimane delle barre di acciaio che contengono uranio e plutonio che servono da combustibile nelle centrali nucleari. Non solo, ci sono anche 5 chilogrammi di plutonio puro, una quantità sufficiente a costruire una bomba atomica. Dei 230 metri cubi di materiale già oggi stivato, 113 metri cubi sono ad alta attività. Il sito di Saluggia è stato a rischio esondazione nel 1993, nel 1994 e nel 2000 mentre quest'anno l'acqua è rimasta ben al di sotto dei livelli di guardia. In Piemonte, stando ai dati della Regione si trovano il 65% dei rifiuti radioattivi, nel Lazio ce n'è l'11%, in Basilicata il 7%, in Toscana e Campania il 5% ognuna, in Lombardia il restante 3%. Il sito di Saluggia non è segnalato nelle mappe, perché ritenuto segreto, ma tutti sanno dov'è.

Dal 2003 si cerca un sito nazionale.
La legge 368 del 2003 prevede che si realizzi entro la fine del 2008 l'impianto di stoccaggio nazionale delle scorie. Nessuno lo vuole, nel 2003 si opposero a Scanzano Ionico in Basilicata, allora individuato come sito ideale. Il Governo poi fece marcia indietro, per evitare nuovi clamori sembrerebbe sia stata scelta Saluggia, dove già si trovano l'80% delle scorie italiane, secondo Legambiente.

(da e-polis del 27 ottobre 2008)


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