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Ultimo Aggiornamento
domenica 15 marzo 2009

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Stanley Kubrick: 10 anni fa moriva l'ultimo visionario del cinema
di Pasquale Colizzi
Il regista Stanley Kubrick

- Un infarto dieci anni fa si portava via Stanley Kubrick, l'ultimo visionario del cinema. Alla faccia delle precauzioni maniacali con cui il regista newyorkese cercava di ovviare al caso e ai pericoli, per esempio guidando l'auto con il casco. Aveva 71 anni, sposato tre volte, e nella sua villa rifugio di Harperden, vicino Londra, aveva costruito metà della sua vita dopo l'addio agli Usa: preparazione "matta e disperatissima" di progetti che non decideva mai di realizzare, contatti sporadici con l'industria del cinema e il "mito" di se stesso (e suo malgrado) che lo paralizzava ogni volta meditava di girare un nuovo film.

Comunque la si metta su preferenze estetiche e giudizi di valore, non si può negare che con "appena" 15 film abbia messo paletti e imposto nuovi canoni in praticamente tutti i generi. Come girò i titoli della sua straordinaria cinematografia è una storia affascinante almeno quanto le immagini che ci ha consegnato. Qualche indizio ce l'ha chi ha visto la mostra del Deutsches Filmmuseum di Francoforte passata l'anno scorso al Palazzo delle Esposizioni. La terza moglie Cristiane, un'attrice tedesca conosciuta sul set di "Orizzonti di gloria", ha spalancato il mondo privatissimo e gelosamente custodito dal regista in vita.

Negli archivi della University of the Arts di Londra, consultabili anche online, c'è un po' di tutto. Per andare in ordine cronologico tra inizio e fine della carriera ci sono le prime esperienze da fotografo per la rivista Look e un bellissimo primo corto del '49 sul pugile di "Day of the Fight" e gli articolatissimi piani di lavorazione di titoli leggendari ma non realizzati come "Napoleon" e "Aryan Papers". In mezzo una carrellata di universi, stili, incredibili personaggi.

Spaziale e lisergico "2001 Odissea nello spazio", che fece uscire nel '68 come tentativo di dare un'immagine all'Lsd, che volle provare. Capitò anche a Fellini in quegli anni e, tanto per cercare un punto di congiunzione tra i due geni, amavano "il cinema in scatola", tutto ricostruito in studio. Per Enrico Ghezzi, che sul regista pubblicò una monografia per il Castoro, "2001" è un "riassuntivo della e nella storia del cinema", una specie di "confronto melodrammatico" tra un astronauta e un computer sofisticato, Hal 9000, che sta per essere "ucciso" e si comporta come un vecchio uomo nostalgico. Un film per più di un'ora muto, aveva però tutti i crismi della superproduzione (costò 10 milioni di dollari) e allo stesso tempo dell'opera sperimentale, con i lunghi valzer e le evoluzioni nello spazio immaginate come una esperienza visiva.

Dal futuro al passato "Barry Lyndon" (1975), in cui Kubrick dimostrò tutta la incredibile perizia da artigiano della fotografia (già ampiamente conosciuta e sfruttata nelle pellicole precedenti) se è vero che si accordò con la Zeiss per avere lenti e obiettivi speciali. Filmando splendidamente l'amara vicenda dell'ascesa e la rovina dell'avventuriero Redmond Barry (Ryan O'Neal) nella violenta Inghilterra del Settecento. Le riprese, realizzate con luce naturale (negli interni solo con candele), scorrono come tableaux vivant dall'incredibile accuratezza.

Pochi successi di pubblico, o forse solo uno, "Shining" (1980) con cui incrocia un'icona pop come Stephen King, del quale "stravolse" il romanzo omonimo. Quello sullo scrittore Nick Torrente/Jack Nicholson, che impazzisce all'Overlock Hotel e tenta di uccidere moglie e figlio è forse il film meno criptico di Kubrick, perché nella figura dell'autore ossessionato dal controllo mise molto di sé. Ci furono anche ripensamenti e ripudi: "Killer's kiss (Il bacio dell'assassino), il primo lungometraggio del '55, è un noir quasi introvabile per sua volontà che lo definì "un tentativo serio realizzato in modo maldestro". Poi però si rifece con un noir destrutturato e di incredibile tensione, "Rapina a mano armata" ('56), e l'anno dopo con un masterpice, "Orizzonti di Gloria": lunghi piani sequenza e la prima riflessione sulla guerra (e l'animo umano) poi ripresa ne "Il dottor Stranamore" ('64) una commedia nera che satireggia lo spirito dei tempi della guerra fredda e in "Full Metal Jacket", dell'87, che utilizza lo scenario del Vietnam per un'analisi fredda e lucidissima della dualità inestricabile tra bene e male.

E se ha reso inconsistenti le teenager con gli occhialetti a cuore dei registi a venire girando "Lolita" (1962) dal romanzo di Nobokov - un film in cui si pentì di non aver "messo più sesso esplicito" - nel '71 scrive, dirige e produce "Arancia meccanica" (dal romanzo di Anthony Burgess), la parabola di Alex/Malcom McDowell, che tiene in ugual modo a Beethoven e allo stupro. Uno shock culturale ed estetico girato con furia razionale e già post-moderno, che guarda all'oggi senza invecchiare.

L'ultimo film, del '99, "Eyes Wide Shut" (Occhi spalancati chiusi), trasposizione del romanzo "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler. La storia di un dottore/Tom Cruise che va in crisi quando la moglie/Nicole Kidman gli confessa i suoi sogni erotici. E vaga una notte intera per New York (tutta ricostruita negli studi inglesi di Pinewood) finché non torna a casa. E alla domanda che rivolge alla moglie nella scena finale: "Qual è la cosa che va fatta il prima possibile", lei risponde: "Scopare". Questo è il sigillo d'autore, l'ultimo atto.

(da l'Unità.it del 7 marzo 2009)


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