Cerca nella pagina
NON SOLO NUKES Stampa questo articolo Stampa    Invia questo articolo Invia

Ultimo Aggiornamento
venerdì 12 dicembre 2008

© Neo
2007 ~ 2008
Tutti i diritti riservati

Diritti umani, sessant'anni e non sentirli

- E' il 10 dicembre del 1948, quando l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Trenta articoli che a chiare lettere dicono che la dignità e il valore della persona vengono prima di qualsiasi altra cosa. Che i diritti sono uguali ed inalienabili, nel Nord e nel Sud del mondo, per gli uomini e per le donne, per chi è ricco e per chi non ha di che sfamarsi. Una condanna verso tutti quegli "atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità". Una Carta in cui è scritto che "la più alta aspirazione dell'uomo" è la "libertà di parola e di credo" e "la libertà dal timore e dal bisogno". Insomma, per le Nazioni Unite, il 10 dicembre del 1948, la Dichiarazione universale dei diritti umani diventava "l'ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le nazioni".

Sessant'anni dopo, siamo qui a chiederci perché ci sia ancora così tanto da fare. Molti passi avanti sono stati compiuti, ma le libertà e i diritti sono ancora un'ideale troppo spesso irrealizzato. Amnesty International, la ong che dei diritti umani ha fatto la sua ragione di vita, non ci mette troppo a ricordare quali siano ancora le questioni aperte. Basta guardare alle cronache degli ultimi giorni: "Le insensate uccisioni a Mumbai, le migliaia di persone in fuga dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo, le ulteriori centinaia di migliaia intrappolate in condizioni terribili nel Darfur, a Gaza e nel nord dello Sri Lanka e infine una recessione economica globale che potrebbe spingere altri milioni nella povertà – ricorda la segretaria generale Irene Khan – creano una pressante piattaforma d'azione sui diritti umani".

Amnesty stila un elenco preciso delle priorità che i governi sono chiamati ad affrontare per far sì che la Dichiarazione Universale non rimanga solo una carta d'intenti. Dal terrorismo, che va sconfitto ma non deve diventare un ossessione dietro cui perpetrare altri crimini, perché, scrive Amnesty, "il carcere a tempo indeterminato senza accusa né processo, la giustificazione e la pratica della tortura e l'erosione del primato della legge non rendono il mondo un luogo più sicuro". Guantanamo insegna. Poi c'è ancora molto da fare contro la violenza sulle donne e sui bambini, contro le discriminazioni razziali, religiose e di genere. Ma anche la fame nel mondo continua ad essere la prova di un diritto incompiuto: il milione di persone che vive in povertà non vede riconosciuto il suo diritto a una vita dignitosa. Una sofferenza economica che inevitabilmente si trasforma in una negazione dei diritti sociali. E poi ancora la giustizia, ancora corrotta e iniqua in molti paesi. E la repressione del dissenso, compreso quello dei giornalisti.

Un'infinità di questioni aperte, dunque, ma bisogna stare attenti a non considerare le violazioni dei diritti umani come qualcosa di lontano e che tutto sommato non ci tocca. Amnesty ha fatto un cd, 17x60 il titolo, in cui cantautori italiani raccontano storie di diritti negati, non propriamente esotiche. L'Arci invece ha scelto per tutto il mese di novembre di portare sul territorio la sua Maratona dei diritti. Dice il presidente Paolo Beni: "Il tema non riguarda solo il sud del mondo, i diritti sono violati anche nell'occidente sviluppato e nel nostro Paese; e non riguarda solo gli ultimi, i più deboli, ma la dignità e la vita di ciascuno di noi. Riguarda – prosegue Beni – il malessere di una società dominata dalla legge del più forte, che rinnega il principio dell'uguaglianza dei diritti e delle opportunità sociali, che discrimina fra chi può farcela da solo e chi è destinato all'esclusione. Una società malata di solitudine, che smarrisce insieme al valore della dignità umana anche il senso della comunità e non riesce a darsi un progetto comune". Ricordiamocelo.

(da l'Unità.it del 10 dicembre 2008)


Torna su