Washington - L'omino disperato che abbassa le braccia, ma che
non si arrende di fronte all'idiozia della guerra, il simbolo inerme che terrorizza
gli armati, falchi, guerrieri, prepotenti, commissari e generali compie cinquant'anni
e se disperato sempre rimane, ancora non si è stancato di non combattere.
Era nato, molto opportunamente, un venerdì santo come questo, nel giorno che
commemora il massimo sacrificio di un portatore inascoltato di pace, ma non era nato
negli Stati Uniti che lo avrebbero poi imposto al mondo scarabocchiato, cucito o
appuntato alle divise della protesta per l'ennesima inutile strage, quella volta in
Indocina. Era nato a Londra, a Trafalgar Square, nella marcia delle cinquanta miglia
organizzata nel 1958 dai pacifisti inglesi per protestare invano contro il riarmo
nucleare britannico.
Come figlio di una potenza dei mari, fu quasi naturale che quel simbolo avesse
ricavato la ispirazione grafica proprio dalle segnalazioni marine che le navi si
scambiavano sventolando bandierine, prima che fossero introdotti i semafori per i
messaggi in morse luminoso, le radio e i collegamenti satellitari. La "V"
rovesciata che sta alla base dell'emblema è in realtà la lettera
"N", nella segnaletica marina, la iniziale di "Nuclear" e la linea
eretta verticale sta per la "D", di disarmo. Dunque la figura completa vuol
dire semplicemente "Nuclear Disarmament".
Fu creato da un grafico, racconta la Bbc che ha ricostruito la storia di questo
"marchio" divenuto talmente universale da apparire orfano, come se fosse
stata la creatura spontanea di un tempo e di una ribellione. Si chiamava Gerard
Holton, ed era stato obbiettore di coscienza durante la Seconda Guerra Mondiale,
finita appena 13 anni prima. Convinse lui gli organizzatori della marcia delle 50
miglia che la loro manifestazione esigeva un logo, un marchio, qualcosa che si
appiccicasse agli occhi e alla memoria. Pensò a una variazione sul tema della
croce cristiana, ma gli parve già molto sfruttata e non necessariamente
associata alla pace, nei secoli bui. E alla fine ripiegò sulla combinazione dei
due segnali navali, per dire "No alla Bomba" e sì al disarmo nucleare.
Neppure lui avrebbe potuto sperare che quel simbolo, subito accusato da alcune
femministe di essere pericolosamente fallico, si sarebbe attaccato alla fantasia del
mondo diventando immediatamente leggibile e riconoscibile dal Tibet all'Arabia
Saudita, dove ancora compariva sugli elmetti dei soldati americani pronti a invadere
Iraq e Kuwait nel 1991.
L'omino disperato invase l'America, dalle strade della San Francisco hippy della
"estate dell'amore" ai motoscafi dei soldati lungo il Mekong in Vietam.
Occupò le marcie di Woodstock, si fuse con il Sessantotto, divenendone uno dei
luoghi principali. Terrorizzò il governo del Sudafrica negli anni dell'Apartheid
razziale, che tentò di dichiararlo ufficialmente fuorilegge con prevedibile
insuccesso, perché nella sua assoluta semplicità grafica basta un
pennarello, una bombola, una matita grossa per essere riprodotto all'infinito. Fu
accusato, dai soliti fanatici del cristianismo bellicista americano di essere un
simbolo satanico, un richiamo all'Anticristo, con quel sospetto di croce a testa in
giù, venerato dai seguaci di Belzebù.
Lo ripresero gli attivisti neri dei diritti civili, per indicare subito, con Martin
Luther King, la loro filosofia di rivolta non violenta e di rifiuto di armi e sangue,
rifiuto che non fu accolto da chi sparò loro addosso. Costrinse generali e
ufficiali superiori a inseguire i soldati che lo esibivano, vedendovi un segno di
scarsa bellicosità, di dissenso, di ammutinamento pacifico: in Vietnam era
passibile di punizioni fino alla corte marziale, quando ancora era esibito da pochi
renitenti, prima che divenisse troppo diffuso per essere represso senza mandare
davanti alla corte intere divisioni di Marines e fanti. Si arrese infine, dopo la
guerra, il governo americano stesso che lo immortalò in un'emissione di
francobolli negli anni '60, secondo il saggio principio del "se non puoi
sconfiggerli, unisciti a loro".
Finì su un pacchetto di sigarette molto fumate dai soldati americani, le Lucky
Strike e nessuno osa calcolare quante volte e dove sia stato riprodotto in questi 50
anni, tra T-shirt e bandiere. E' stato un po' insidiato dai colori dell'iride,
quell'Arcobaleno pacifista che, soprattutto dopo l'invasione dell'Iraq, ha cominciato
a sventolare anche nelle strade di Londra dove l'omino depresso era nato, ma
l'Arcobaleno si presta a equivoci, rappresenta coalizioni variopinte, inter razziali
negli Stati Uniti, dove fu creato per la "Rainbow Coalition" del reverendo
Jackson, e interpartitiche nei listoni elettorali italiani.
Su quella figura che segnala disarmo, invece, non ci possono essere dubbi. Si
può dissentire, addirittura fare causa a chi la espone in giardino, come è
accaduto a una coppia di Denver, giudicarla ormai leziosa, demodé, inutile, ora
che l'incubo del reciproco annientamento nucleare, così intenso nel 1958, ha
lasciato - temporaneamente - la poltrona ad altri incubi elettoralmente più
profittevoli. Ma come l'indice e il medio aperti a "v" di Churchill, anche
questa curiosa ipsilon rovesciata che né il creatore inglese, né il suo
corrispondente americano Ken Kolsburn vollero mai depositare e brevettare, rinunciando
così a miliardi di royalties, vivrà ogni volta che l'umanità con un
pretesto politico, religioso, economico, razziale, troverà un altro modo per
massacrarsi. Cioè per sempre, il che spiega l'aria un po' moscia e depressa
dell'omino cinquantenne, ma ancora in piedi.
(da repubblica.it del 21 marzo 2008)
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