Ichinoseki -
È stato un incidente. Tre dei tecnici, da due settimane al lavoro per calmare i bollori della centrale di Fukushima, sono stati esposti a radiazioni di altissimo livello e sono stati ricoverati all'Istituto Nazionale Radiologico di Chiba. La diagnosi, per due di loro, parla di ustioni da raggi beta, isotopi radioattivi prodotti dal combustibile nucleare spento, per contatto diretto con la pelle. Sulla dinamica di quanto accaduto si sa poco e niente, la Tepco non si prodiga in particolari. L'unica cosa certa è che, a causa di una fuoriuscita, i tre sono rimasti con i piedi a mollo nell'acqua radioattiva mentre cercavano di collegare un cavo sotterraneo alla turbina del reattore numero tre, quel farabutto. L'acqua potrebbe essere penetrata attraverso le loro tute protettive. Con loro sale a ventiquattro il numero degli eroi, misero risarcimento l'appellativo ormai universalizzato, rimasti feriti o contaminati nelle due settimane trascorse dal disastro.
Questi ultimi tre hanno tutti tra i venti e i trent'anni, a dispetto di quanto si è detto nei primissimi giorni dall'incidente, e cioè che a rischiare la pelle nella centrale erano state mandate solo persone in pensione o comunque anziane, in modo che se anche fossero state contaminate dalle radiazioni non avrebbero fatto in tempo, per limiti biologici, a sviluppare il cancro. Questi sono solo dei ragazzi, coraggiosi ragazzi, o forse solo disperati.
La Nisa (Nuclear and industrial safety agency - l'Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone), ha spiegato che tre lavoratori che operavano nel reattore sono stati colpiti da radiazioni con un'esposizione di 170-180 millisievert l'ora. Niente di cui preoccuparsi, insomma, dato che il limite è stato fissato in 250 millisievert l'ora. Già, ma da quando? Naturalmente dopo l'incidente alla centrale: prima era di 100 millisievert l'ora, e tale continua a esserlo per tutta la comunità scientifica internazionale. Ma siccome tenendo per buono questo limite nessuno avrebbe mai potuto entrare a Fukushima Daiichi e meno che mai lavorarci, le autorità sanitarie giapponesi hanno pensato bene di triplicarlo quasi.
La situazione nell'impianto, nonostante gli sforzi dei tecnici che lavorano al raffreddamento e alla messa in sicurezza, resta intanto decisamente precaria. A meno che non si voglia interpretare come un grande successo l'annuncio in pompa magna fatto in serata che nella sala controllo del reattore tre sono in funzione le luci. A quasi quindici giorni dall'incidente, insomma, abbiamo le lampadine. La pressione nei vessel intanto, continua ad andare su e giù, alla faccia della stabilizzazione. Idem per la temperatura, che scende durante il giorno per il continuo innaffiamento con acqua di mare e poi sale inesorabilmente durante la notte, per poi essere riabbassata la mattina successiva e così via. Particolarmente critica è ancora la situazione delle vasche di combustibile esaurito dei reattori tre e quattro, dalle quali si temono rilasci direttamente all'ambiente, visto che gli edifici che li contengono sono ridotti a un cumulo di macerie. Secondo molti osservatori la situazione potrebbe mantenersi agli attuali livelli di adrenalina per almeno una decina di giorni ancora, forse due settimane.
Così, dopo i grandi sciocchi festeggiamenti per il collegamento di tutti e sei i reattori alla corrente elettrica - c'è addirittura qualche fiducioso incosciente che ha ventilato un «fuori pericolo» - ieri la centrale è stata di nuovo evacuata, le manovre di raffreddamento interrotte. E nella tarda mattinata l'ormai consueta sbuffatina di fumo, da tutti e quattro i reattori attivi, quelli dall'uno al quattro, ha bruscamente riportato anche i più ottimisti su questa Terra. Dove c'è una centrale nucleare ancora bellamente fuori controllo e cinquecentottanta tecnici spediti a metterci sopra le pezze in attesa che il mondo, in tutt'altre faccende affaccendato, si dimentichi della vicenda. E potrebbe non volerci molto.
(da il manifesto.it del 25 marzo 2011)
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