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La fuga di petrolio dal pozzo di Bp nel golfo del Messico ha fatto rimpiangere da più parti i ritardi del nucleare, immaginato come fosse una fonte di energia non inquinante. I fatti contraddicono queste posizioni, in buona o malafede che siano. Il nucleare è un processo nocivo per l'ambiente. Non si tratta solo dei suoi costi proibitivi, le centrali insicure, lo smantellamento finale affidato ai bisnipoti. C'è una prima fase, mineraria, che causa immani disastri ecologicii. Nel caso studiato da Greenpeace essi riguardano il Niger, il paese più povero del mondo.
L'uranio in questione viene scavato nel sud del Niger da Areva, la multinazionale dipendente dal governo francese, quella che dovrebbe costruire nel prossimo decennio le quattro centrali nucleari previste in Italia. Areva agisce in cento paesi del mondo. Le sue attività comprendono tutte le fasi del nucleare: miniere di uranio, trattamento chimico del minerale, impianti di arricchimento, produzione del combustibile, progettazione, costruzione, messa in funzione dei reattori, riprocessamento del minerale esausto, smaltimento delle scorie e gestione finale dello smantellamento finale delle centrali. Areva non si può arrestare mai, deve crescere, trovare continuamente nuovi clienti e di conseguenza reperire sempre altro minerale. Lo cerca in tutto il mondo; nell'ambiente però corre la battuta che se lo trova in Texas le occorrono due scaffali per collocare tutte le autorizzazioni necessarie. In Niger invece c'è bisogno solo di una pala e un tipo da due dollari al giorno a scavare. In Niger, Areva ha trovato uranio nel sud desertico, dell'Agadez, attraversato dalle tribù nomadi Tuareg e ha aperto due miniere. La prima, Somair, all'aperto, è in produzione dal 1970. L'altra Cominak, in profondità, dal 1978. Le gallerie lunghe 250 chilometri di quest'ultima ne fanno la miniera più grande del mondo. Areva ha costruito dal nulla due città per i suoi tecnici: Arlit e Akokan, con servizi, acqua corrente, strade asfaltate. Nel deserto, le città (e le miniere) hanno attirato migliaia di nomadi Tuareg, circa ottantamila, costretti a costruirsi alloggi di fortuna in quartieri di baracche intorno alle città minerarie di Areva, utilizzando spesso i resti della produzione mineraria, con livelli elevatissimi di radioattività, ma non solo. Basti pensare che il lavaggio del minerale avviene con acido solforico che finisce per riversarsi nella falda. Per l'uso minerario sono stati utilizzati 270 miliardi di litri d'acqua, nel deserto. L'acqua consumata rappresenta il 20% della falda, Tarat. Ora c'è in gestazione una terza miniera, ancora più grande, Imouraren che entrerà in funzione nel 2013 per produrre 5'000 tonnellate di uranio all'anno. Le due miniere attuali, Somair e Cominak producono, insieme, 3'000 tonnellate.
I danni delle due miniere sono incalcolabili, in senso proprio, perché l'istituto di ricerche francese Criirad, Greenpeace e ong locali che cercano di avere dati precisi, sono ostacolati dalla rigida difesa del segreto minerario di Areva che controlla in modo quasi militare il territorio. È certa comunque un'esposizione alla radioattività per la popolazione «dagli effetti catastrofici». «Areva, con il suo tentativo di creare un rinascimento nucleare, minaccia di far perdere a queste comunità la maggior parte delle risorse basilari, attraverso la contaminazione di aria, acqua e terra».
(da il manifesto.it del 11 maggio 2010)
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