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Ultimo Aggiornamento
domenica 18 aprile 2010

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Il passo di Praga
di Jakub Hornacek

Praga - A un anno dal suo discorso sul disarmo nucleare, Barack Obama è tornato a Praga, per firmare il nuovo trattato Start con il presidente russo Medvedev. Ma quest'anno non c'erano delle piazze piene ad aspettarlo. In piazza c'erano solo alcune decine di attivisti della Rete contro le basi, che chiedono ai due leader un'impegno serio e reale sul disarmo nucleare. La maggioranza dei praghesi ha mostrato indifferenza verso l'evento di giovedì. In molti mostravano al massimo un certo fastidio per le complicazioni al caotico traffico praghese, dovute agli spostamenti dei due presidenti per la città. Per Obama tuttavia la sottoscrizione del trattato ha un grande valore simbolico. Il presidente americano ha voluto mostrare di riuscire a raggiungere dei risultati concreti nella politica estera. Ma a ben vedere il nuovo trattato, i risultati sono piuttosto contenuti.

Uno Start poco riuscito
Il nuovo trattato sulla riduzione degli arsenali atomici contiene obbiettivi modesti e parecchie ambiguità. Il numero delle testate, contenute negli arsenali di ogni singolo paese, dovrebbe passare dalle 1700-1800 attuali alle 1550 dei prossimi anni. Il numero dei vettori (missili, bombardieri strategici e sottomarini) non dovrebbe superare le 700 unità, rimanendo invariato rispetto allo stato attuale. Una riduzione di così modeste proporzioni assomiglia inoltre a un gioco di contabilità: le armi dismesse non verranno smantellate e liquidate definitivamente, ma saranno soltanto disattivate e "messe in naftalina". Secondo alcuni esperti militari verranno inoltre scartate le armi più obsolete, che lasceranno spazio a delle unità più moderne. Gli arsenali delle due potenze potrebbero quindi diventare meno numerosi, ma più efficienti e distruttivi. Nel trattato infine non si parla neppure del ritiro delle testate atomiche stanziate fuori dai confini dei due paesi. Gli Usa rimangono così liberi di lasciare in giro per le basi europee alcune centinaia delle loro armi nucleari.

Tempi lunghi ed esiti incerti
Il trattato ha avuto un tempo di gestazione lungo. In origine l'accordo doveva essere firmato in dicembre del 2009, ma le trattative si sono protratte fino agli inizi d'aprile. I punti di discordia sono stati essenzialmente due. Il primo riguardava le modalità di conteggio delle armi dismesse e delle ispezioni negli arsenali atomici dei due Paesi. Il secondo punto riguarda la costruzione dello Scudo anti-missile americano in Europa. La diplomazia russa puntava a impegnare gli americani a non costruire uno scudo, che potesse influire sulle capacità nucleari russe. Inoltre i russi volevano stabilire dei meccanismi d'ispezione riguardo al sistema anti-missile americano, un fatto inaccettabile per gli americani. Alla fine nel trattato è stata aggiunta una clausola, che permette alla Russia di recidere l'accordo, qualora lo Scudo anti-missile diminuisca le capacità di deterrenza nucleare della Russia. Gli americani si impegnano inoltre a mantenere l'equilibrio strategico tra le due potenze. La clausola russa potrebbe essere un ostacolo duro alla ratifica dell'accordo. Al Senato americano è necessaria infatti una maggioranza di 67 senatori, affinché il nuovo trattato Start entri in vigore. I democratici dovranno quindi convincere 8 senatori repubblicani, cosa non facile vista l'atmosfera dopo l'approvazione della riforma sanitaria.

Carota e bastone per l'Iran
Gli Usa hanno spinto fortemente, affinché il trattato fosse firmato prima della riunione sulla sicurezza nucleare nel mondo, che si terrà la settimana prossima a Washington. Alla riunione parteciperanno 40 Paesi, tra i quali anche la Cina e la Russia. Gli Usa da tempo spingono verso le sanzioni contro l'Iran, e il nuovo trattato Start è negli occhi degli americani una moral suasion nei confronti dell'Iran, affinché rinunci all'energia atomica. L'amministrazione americana sa essere anche più esplicita: nella nuova strategia nucleare viene infatti mantenuta la possibilità di un first strike nucleare nei confronti dell'Iran e della Corea del nord. Alla conferenza stampa dopa la firma dell'accordo, entrambi i presidenti si sono detti a favore delle sanzioni, ma un consenso sulle modalità pratiche rimane ancora lontano.

A Est, incontri a margine
Prima di lasciare Praga nella mattinata di venerdì, Obama ha incontrato 11 Capi di Stato dell'Europa centro-orientale. Alcuni settori della politica dei Paesi dell'ex Patto di Varsavia si sentono «minacciati» da un atteggiamento più aperto degli Usa verso la Russia. Sebbene l'agenda dell'incontro è ancora sotto stretto riserbo, Obama dovrebbe aver illustrato ai convenuti la politica estera della sua amministrazione nei confronti della Russia e dell'est Europa. Quella Nuova Europa, che era stata l'alleata più fedele di Bush, e per la quale Obama è un politico inesperto e un po' naif.



«Sono deluso dalla scelta di colpire-per-primi» di Matteo Bosco Bortoloso

Complimenti a Obama e Medvedev, ma i due leader lasciano in piedi un apparato atomico fermo alla guerra fredda. Dal Connecticut, dove insegna all'Università di Yale, il professor Jonathan Schell guarda con disincanto a Praga e alla storica firma russo-americana. Una vera enciclopedia vivente sulla politica nucleare, Schell ha scritto lunghe riflessioni sulle prestigiose riviste The Nation e The New Yorker.

Che pensa di questa nuova era atomica presentata da Obama?
Nel complesso, sono deluso dal documento sul nucleare americano preparato dalla Casa Bianca. Certo, nel Nuclear Posture Review ci sono cose buone: viene tagliato il numero di testate, e si prevede di continuare a tagliarle. Non ci saranno nuovi armamenti o esperimenti atomici, mentre si contempla un buon sistema di ispezioni, che sotto Bush non funzionava. Trovo interessante l'idea di «studiare la possibilità di guerre senza armamenti nucleari», un brano a cui pochi hanno fatto caso.

Queste sono le cose che le piacciono. Ora il rovescio della medaglia.
Beh, rimane in piedi l'intero apparato della guerra fredda, in maniera assurda e ridicola. Abbiamo ancora la possibilità di una distruzione reciproca e assicurata, sempre con il dito sul grilletto, sempre pronti all'uso di quest'arma devastante. Ed è davvero oltraggioso, nella mia modesta opinione, non aver bocciato la strategia del «colpiamo-per-primi».

La questione del «first strike» è molto dibattuta. Cosa c'è che non va nel documento della Casa Bianca?
Il mondo è arrivato al punto di chiedersi, come ha fatto Obama, se le armi nucleari siano davvero necessarie. Se la risposta è no, perché non «andiamo verso lo zero», perché non eliminiamo completamente gli armamenti? Perché Obama non ha detto che la sola funzione dei nostri arsenali atomici è di tipo deterrente? Sarebbe stato un grande risultato. Invece, il Nuclear Posture Review prevede che potremmo colpire - per primi - chi non segue il trattato di non proliferazione (Tnp), cioè Iran e Corea del Nord.

Teheran e Pyongyang erano definite da George W. Bush capitali «canaglia». Il Nuclear Review obamiano non usa questo termine, ma parla solo di chi è «al di fuori», di chi «devia». Il ministro della difesa Robert Gates ha detto che così si manda un messaggio a Iran e Nord Corea.
È un messaggio terribile, perché è implicito che se loro continuano a violare noi attaccheremo. Incredibile. Tanto Obama quanto Gates ripetono che «tutte le opzioni rimangono aperte», e quindi anche quella atomica. Viene da chiedersi in quali circostanze si possa arrivare a premere il bottone rosso. Certo, non credo che alla Casa Bianca si pensi davvero di utilizzare l'arsenale nucleare, ma allora perché non lo diciamo chiaramente?

Lo stesso Obama, comunque, proprio a Praga, un anno fa, aveva sognato un mondo senza atomica. Quando si arriva ai fatti, però, i sogni sembrano infrangersi.
Sembra che sia sempre così: questo presidente ci ha abituato ad iniziative sorprendenti, a promesse drammatiche. Poi, però, quando si rivolge ai «burocrati» nella sua amministrazione, si parli di finanza, affari militari o riforma sanitaria, il risultato è sempre meno audace del previsto. Mi chiedo chi nel suo governo, oltre a lui, vuole un mondo senza armi atomiche. Non trovo nessuno. Obama sta combattendo con la burocrazia. È riuscito, comunque, a cavarne un compromesso.

Rispetto agli altri inquilini della Casa Bianca, come si comporta?
Certamente meglio di George W. Bush, vero campione della politica dell'attacco preventivo, anche per minacce non nucleari. Bill Clinton, presidente alla fine della guerra fredda, non si è mai davvero interessato del dossier atomico. Sembrerà strano, ma Obama, comunque, è meno coraggioso di Reagan, leader certamente poco apprezzato, ma che in effetti voleva l'abolizione delle testate, e ci andò vicino.

Chi si mette di traverso all'idea di «andare verso lo zero»?
Di sicuro alcuni «burocrati» in Russia. Negli ultimi anni Mosca si è appesa al suo arsenale nucleare perché altri elementi del suo potere si sono notevolmente ridotti. Negli Usa, invece, i nemici di Obama stanno nel Consiglio di sicurezza nazionale, al dipartimento per l'energia, e nei tanti reduci della guerra fredda che hanno potere a Washington.

(da il manifesto.it del 9 aprile 2010)


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