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Ultimo Aggiornamento
sabato 25 ottobre 2008

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Nella terra dei Diné la scia di morte lasciata dall'uranio
di Marco D'Eramo

Statale 264 (riserva Navajo) - Da Window Rock verso Tuba, a poco a poco i boschi cedono il posto alle praterie, le praterie alla steppa, la steppa al deserto. Il paesaggio cambia. Identica invece la povertà dei casolari e dei borghi acquattati ogni poche miglia a ridosso di una roccia, in una conca, o vicino della statale. Sgangherate case prefabbricate (mobile homes, trailers), roulottes su ruote ormai sgonfie adibite ad abitazioni, vecchie auto arrugginite accanto alla stalla o al recinto vuoto dei cavalli. La stessa povertà rurale, lisa, squallida, che traversa sorda cicli di crescita e depressione, unica vera costante dell'economia Usa.

Che le riserve indiane siano l'epicentro della povertà negli Stati uniti, è una scoperta dell'acqua calda, ma qui, nella sconfinata riserva navajo, c'è qualcosa d'altro. Qualcosa che non vedi, che non sospetteresti, se non te ne parlassero. Qui siamo nel cuore dell'America atomica. 250 km a est di Window Rock ci sono i laboratori atomici di Los Alamos dove dal 1943 fu localizzato il progetto Manhattan. A est e a ovest, nel Nevada e New Mexico, tra gli anni '40 e '50 furono fatte detonare a scopo sperimentale più di 1'000 atomiche. Ha raccontato Bruno Cartosio: "dagli stati del sud-ovest, i turisti, insieme alle riproduzioni delle straordinarie bellezze naturali, mandavano cartoline su cui erano immortalate le esplosioni nucleari sperimentali nel deserto del Nevada": "l'immagine del fungo diventava sempre più popolare".

Una materia prima era indispensabile alle testate sperimentali, al nuovo arsenale atomico: l'uranio, anzi il yellowcake, il "pasticcino giallo", minerale concentrato d'uranio. E questo pasticcino si cuoceva proprio qui, nella terra navajo. Tra il 1984 e il 1986, in più di 1'000 miniere, le compagnie estrassero più di 40 milioni di tonnellate di di minerale d'uranio. Da ogni tonnellata estratta si ricavavano 4 chili di uranio: gli altri 996 chili erano scorie radioattive. Cioè, le miniere hanno lasciato dietro di sé 39,86 milioni di tonnellate di scorie radioattive, che allora furono sepolte alla meno peggio, gettate nei pozzi o lasciate a cielo aperto in discariche nei dirupi. Da tre generazioni perciò i navajos hanno respirato polvere radioattiva che il vento soffia dalle miniere abbandonate e dalle discariche, hanno bevuto acqua da pozzi inquinati d'uranio. Già all'epoca dell'estrazione, migliaia di minatori navajo morirono di cancro e di malattie respiratorie: nessuno può dire esattamente quanti perché allora nessuno si prendeva la briga di registrarli. Ma la scia di morte lasciata dall'uranio non si ferma qui. Ancora oggi, più di vent'anni dopo che l'ultima miniera è stata abbandonata, tra i bambini navajo delle aree vicine agli scavi o alla raffinerie di uranio il cancro alle ossa è cinque volte più frequente che negli altri statunitensi, e il tumore ai testicoli o alle ovaie è 15 volte più frequente. La dottoressa Raymond-Whish, una scienziata navajo, ritiene che l'esposizione all'uranio sia la causa degli alti tassi di tumori alla pelle registrati nella riserva.

Le astuzie della storia sono impressionanti, direbbe Hegel. Il materiale che ha consentito agli Stati uniti di erigersi a superpotenza mondiale minacciando il mondo di distruggerlo, è stato estratto dalla povera terra concessa ai superstiti di un popolo indigeno praticamente sterminato (un vero e proprio genocidio, il cosiddetto "olocausto americano"). Solo nel 1993 il Congresso degli Stati uniti tenne la prima udienza sulle contaminazioni da uranio. A tutt'oggi, quindici anni dopo, nessuna miniera abbandonata è stata ancora bonificata, e solo due strutture radioattive sono state demolite. Benché nell'ultimo decennio siano già stati spesi a vario titolo 155 milioni di dollari, le priorità dell'ultimo programma, lanciato a giugno, mostrano quanto lavoro resta da fare: bonifica o demolizione di 500 strutture radioattive, comprese abitazioni; analisi delle sorgenti contaminate; bonifica di una grande miniera; rifacimento dei sistemi idrici, e così via.

Almeno i navajo sono riusciti a evitare il destino toccato al Nevada: dopo che da quei deserti fu estratto l'uranio servito a costruire le bombe atomiche, dopo che lì furono detonate le bombe sperimentali, adesso vogliono chiudere il cerchio e riportare lì le scorie radioattive e seppellirle nella Yucca Mountain, 150 km a ovest di Las Vegas. Ma lo stesso, con un po' di viltà, lasciando la riserva navajo, ti chiedi se quegli sterminati paesaggi che tanto ti hanno impressionato, non abbiano lasciato nei tuoi polmoni una bella polverina radioattiva.

(da il manifesto.it del 22 ottobre 2008)


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