Roma - Lupi che sopravvivono mangiando cani, rondini albine,
gatte che non riescono più a partorire cuccioli maschi. A ventuno anni di
distanza da quel 26 aprile che sconvolse il mondo, la natura si riappropria del
territorio di Chernobyl. E lo fa in modo inquietante, perché tale è stato
il destino di questa cittadina al confine con la Bielorussia, che nel 1986 fu travolta
da uno dei più grandi disastri nucleari della storia e che ora sembra vivere una
sorta di rinascita. Anche se a ripopolarla non sono gli uomini ma gli animali.
L'incidente avvenne nella centrale a due passi da Pripyat, una città artificiale
creata appositamente per i lavoratori. Prima dell'evacuazione la sua popolazione era
di circa cinquantamila abitanti.
Quel che resta del territorio attorno a Chernobyl oggi è una foresta grigia,
abitata dai fantasmi delle persone che morirono per quelle radiazioni (sul numero
è sempre stata polemica aperta) o vennero evacuate. Per le vie della città
sono ricomparsi i gatti. Per diversi anni dopo il disastro le femmine non riuscirono
più a partorire cuccioli maschi e piano piano i felini scomparvero dalle strade.
Ora in giro se ne vedono moltissimi. La selva è invece popolata da cinghiali
selvatici, alci, cervi, volpi. A brucare le sterpaglie contaminate è tornato
persino il bisonte europeo, quasi estinto agli inizi del '900. Oggi qui ritrova
l'ambiente adatto per riprodursi, soprattutto grazie a un particolare non
trascurabile: l'uomo non è più la specie dominante.
Una polemica scientifica. La rivincita della natura sul disastro radioattivo ha
colpito l'attenzione degli scienziati di tutto il mondo, tanto da innescare una
diatriba a colpi di ricerche scientifiche. A far scoccare la scintilla è stato
un articolo pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno degli inserti della Royal
Society.
Secondo una ricerca del professor Anders Moller dell'Università Pierre e Marie
Curie di Parigi e di Timothy Mousseau dell'Università della Carolina del Sud di
Columbia, gli animali che oggi popolano Chernobyl sono geneticamente devastati dalle
radiazioni. Non solo: nelle zone in cui la radioattività è rimasta elevata,
gli uccelli non riuscirebbero più a nidificare. Moller si riferisce in
particolare alle rondini, che inoltre in molti casi nascerebbero albine.
Il team di Moller sostiene che non siano stati fatti adeguati sforzi a livello
internazionale per monitorare gli ecosistemi di Chernobyl. Organismi quali
l'Organizzazione Mondiale per la Sanità e l'Agenzia Internazionale per l'Energia
Atomica si sarebbero basati solo su 'prove aneddotiche'. "Perché non è
vi è stato alcun sforzo per monitorare gli effetti a lungo termine delle
radiazioni su animali selvatici ed esseri umani?", chiedono Moller e i suoi
collaboratori.
Animali di grossa taglia, che prima non abitavano queste zone, oggi sopravvivono
grazie a mutazioni genetiche che ne hanno modificato la resistenza e le abitudini
alimentari. Come i lupi che stanno ricomparendo nel bosco, di taglia più piccola
rispetto a quelli normali: test scientifici hanno dimostrato che il funzionamento dei
loro organi è ormai stato geneticamente modificato dalle radiazioni.
Secondo le poche centinaia di persone che ancora abitano qui e secondo lo stesso
Moller, i lupi si sarebbero riprodotti negli anni cibandosi dei cani rimasti. Lo
scrittore Martin Cruz Smith a questo fenomeno ha anche dedicato un libro, a metà
strada tra fantascienza e crudo realismo, intitolato Wolves Eat Dogs.
Secondo Moller, dunque, quella di Chernobyl non sarebbe una vera rinascita ma
l'emblema di un mondo inquinato e perduto. Il plutonio, ricorda, impiega 373 mila anni
per dimezzare le proprie radiazioni.
Ma il professor Jim Smith dell'Università americana di Portsmouth critica questa
ricerca. Egli crede che il rifiorire della fauna sia il simbolo della forza della
natura sulle catastrofi umane. In un articolo apparso sulla rivista Nature, spiega che
l'abbandono delle aziende agricole da parte degli sfollati potrebbe essere la vera
ragione per cui uccelli come le rondini, abituati a convivere con l'uomo, non si
riproducono più in queste zone.
Anche se non ci sono piani di ripopolamento, si stima che circa cinque milioni di
persone vivano ancora sui terreni contaminati dall'incidente. Nella cittadina di
Pripyat, desolata e abbandonata a sé stessa, abitano circa quattrocento persone.
"Non torneremo mai più, addio", aveva scritto una maestra sulla
lavagna un attimo prima dell'evacuazione. Gran parte degli abitanti di Pripyat hanno
mantenuto la promessa.
Tra aneddoti e realtà. Intorno a questi uomini e alla nuova natura che li
circonda, un pullulio di leggende macabre e in certi casi ridicole. Come quella della
nascita di una nuova razza umana a due teste, o ancora quella della centaura Elena,
che
aprì un blog
per raccontare il proprio viaggio attraverso le zone
dell'esplosione. A bordo della propria moto, incurante del rischio di radiazioni. La
giornalista Mary Mycio, corrispondente del Los Angeles Times, mise poi in dubbio la
veridicità del reportage: secondo le sue ricostruzioni, la ragazza a Chernobyl
c'era stata, ma solo per una vacanza.
A 21 anni dal disastro nucleare più grave della storia, il territorio che
circonda la cittadina ucraina è tornato ad essere dominato dalla natura. Alberi,
arbusti, cicogne nere e lupi, che a quanto pare finora si sarebbero cibati dei cani
rimasti. Bastano 500
roentgens
di radioattività per cinque ore per uccidere un
uomo. E' interessante notare che, per uccidere un pollo, serve una dose 2,5 volte
superiore, ma una dose 100 volte superiore non basta per ammazzare uno scarafaggio.
In questo video, le immagini di ciò che è rimasto
(da repubblica.it del 13 dicembre 2007)
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