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È il 1994, quando la magistratura italiana decide per la prima volta di occuparsi di scorie nucleari. Ovvero, di dove e come finiscono quando debbono essere smaltite. Già allora ha sospetti, fonti documenti, che parlano di navi affondate. Ma per arrivare alla certezza delle foto di questi giorni, dovrà aspettare parecchio.
Il quadro di quelle prime tracce lo dà, nel 2005, il procuratore generale di Reggio Calabria Francesco Neri: «All'epoca questa indagine nasce da un esposto di Legambiente del 2 marzo 1994 - dice al presidente della commissione Alpi Hrovatin, Carlo Taormina - che denuncia alla procura circondariale la possibilità che in Aspromonte siano stati interrati rifiuti tossici e radioattivi portati attraverso navi e con mezzi gommati portati in Aspromonte». A occuparsi della vicenda, quasi immediatamente, sono due procure. Una è appunto quella di Reggio Calabria, che ha ricevuto l'esposto. L'altra è quella di Matera. Lì il procuratore è Nicola Maria Pace. E lì, soprattutto, c'è uno stabilimento che di scorie ne produce parecchie: l'Enea di Rotondella, località Trisaia, impegnata, negli anni '70 a sperimentare un ciclo uranio-torio. Passato il referendum sul nucleare e chiuso l'impianto (che però continua ad essere monitorato e gestito) tra il '93 e il '94 a Rotondella ci sono due incidenti. Una volta si rompe una tubatura di scarico a mare che contamina la spiaggia, l'altra si spacca un serbatoio di stoccaggio di rifiuti liquidi. Quanto basta per aprire un'indagine sulla gestione della struttura.
Ci vuol poco perché salti fuori che l'idea di inabissare i rifiuti in mare è inizialmente un progetto «industriale» dell'imprenditore Comerio - lo stesso che nel 1994 si sarebbe procurato un certificato della morte di Ilaria Alpi, avvenuta il 20 marzo di quell'anno. E qui c'è un nuovo incrocio che riguarda Trisaia di Rotondella: seguendo Comerio, gli inquirenti scoprono che nel 1987 la nave «Rigel» è stata affondata al largo di Capo Spartivento, nello Ionio calabrese. Che in quel punto fosse affondata una nave con uno strano carico lo sapeva da tempo anche la procura di La Spezia. Reggio Calabria, però, attraverso delle fonti confidenziali lavora all'ipotesi che sul bastimento ci fosse un carico di Torio. Ovvero dello stesso materiale usato nello stabilimento di Rotondella. Di più: Stando ai documenti della Dda di Potenza, proprio nel 1987 la 'ndrangheta porta fuori dal centro Enea 600 fusti di scorie radioattive, con la complicità di politici nazionali e dei dirigenti della struttura. Cinquecento avrebbero preso il largo via mare, forse diretti in Somalia. Altri cento sarebbero stati sotterrati nelle campagne fra Pisticci e Ferrandina (Matera), a Coste della Cretagna.
Per affondare, la Rigel impiega diciotto ore. Eppure della sua sparizione non c'è una prova certa. Per un certo tempo la procura di Reggio Calabria non ha i fondi per pagare le ricerche oceanografiche. Quando, finalmente li trova, affida tutto all'Anpa che non vede alcunché. «L'Anpa, però, era un pochino sospetta in questa vicenda. Lei sa - dice sempre Neri nell'audizione davanti alla commissione Alpi Hrovatin - dei rapporti tra la Nucleco, l'Anpa, Comerio. Voglio dire, è come affidare le pecore al lupo». Neri e Pace tracciano persino due mappe. Una dei siti sotterranei per gli interramenti in Aspromonte. L'altra delle posizioni in mare dove sarebbero affondate le navi. Ce ne sono in tutto il Mediterraneo, persino nell'Alto Adriatico al largo di Croazia e Slovenia. E poi in Sierra Leone, Somalia, nel Baltico oltre la Lituania.
Visto che la nave Rigel non si trova, Reggio Calabria è costretta a spogliarsi dell'indagine. Ma le carte finiscono sul tavolo di parecchi procuratori. A Roma, per quel che riguarda la Somalia, a Pavia perché Comerio è di Garlasco, a La Spezia, Brescia, Venezia. Archiviano tutti.
E Matera? Dopo la promozione del pm Nicola Maria Pace, vengono incriminati quattro tra dirigenti ed ex dirigenti del centro. Due di loro sono riconosciuti colpevoli della mancata denuncia degli incidenti, ma senza condanne, perché il reato è già prescritto. Gli altri ricevono una condanna a 40 giorni e a due mesi di carcere, per la mancata realizzazione di un sistema di solidificazione dei rifiuti liquidi altamente attivi. Non sconteranno mai la pena.
(da il manifesto.it del 30 settembre 2009)
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