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Ultimo Aggiornamento
sabato 14 novembre 2009

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Quel rifiuto di intervenire
di Massimo Scalìa

- Il 20 novembre 2000, nello stupendo palazzo dei Normanni a Palermo le commissioni parlamentari Antimafia e Ecomafie organizzano il convegno "Le rotte delle ecomafie", presenti tutti i massimi responsabili delle forze addette al contrasto della criminalità organizzata. "Lo Stato si è mosso", affermano convinti molti dei partecipanti nella sala gremita. In realtà era stato l'estremo tentativo perché di fronte alle dimensioni dei traffici illeciti e dei danni ambientali e sanitari ipotizzabili l'Italia si decidesse finalmente a prevedere, come in tutti i Paesi europei, un titolo ad hoc per i reati ambientali nel codice penale. Al di là della certezza e della severità della pena, si doveva consentire alla magistratura inquirente il ricorso a tutti gli strumenti che permettono di individuare reati e colpevoli. Ma nella maggioranza di allora troppi erano preoccupati che normative stringenti tornassero a danno degli amministratori locali e delle imprese. E non se ne fece niente.

A tutt'oggi l'unico reato previsto è quello di traffico illecito di rifiuti pericolosi, ma non credo che questo sia stato alla base dell'azione della procura di Paola nelle indagini sulla Cunsky e sul suo carico. Il memoriale del pentito Fonti era già noto da tre anni, ma la sua complessità e la ricchezza delle sue informazioni erano state in qualche modo un fattore di scarsa credibilità, sembrava "costruito" si diceva. Oggi i riscontri effettuati rilanciano invece le indagini e le ipotesi che varie procure e la commissione Ecomafie avevano avanzato nel corso degli anni 90: un panorama di traffici di rifiuti pericolosi o radioattivi, di smaltimenti criminali e complicità politiche in Italia e fuori, la waste connection – armi per i signori della guerra somali in cambio di territorio per seppellire le scorie più nocive – per le quali Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono assassinati. L'emergenza dei traffici dei veleni e delle scorie radioattive, la loro portata nazionale e internazionale suggerisce un coordinamento della procura nazionale antimafia a partire dalle indagini in corso e da quelle degli anni '90. Questo sul piano giudiziario. Resta poi un Paese vulnerato e vulnerabile, dove "garantire la sicurezza" quella fisica, neanche quella sociale, appare un obiettivo difficile.

Un Paese dove, a proposito di radioattività, tra labilità dei controlli e minaccia sismica, il governo marcia spedito per fare il nucleare. Con lo stesso piglio militaresco, vedi le norme proposte per i siti, con cui affrontò la gestione delle scorie radioattive della modesta esperienza nucleare di questo Paese (decreto "Scanzano", novembre 2003), esplicitando una vena autoritaria e al tempo stesso fallimentare rispetto alla soluzione del problema.

(da l'Unità.it del 17 settembre 2009)


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