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Ultimo Aggiornamento
domenica 19 luglio 2009

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Torna il nucleare ma per il Cavaliere son dolori
di Alessandro Braga

- Con l'approvazione del ddl sviluppo di due giorni fa al Senato l'Italia è tornata ufficialmente, dopo 22 anni, al nucleare. I numeri sono stati schiaccianti: 154 voti a favore, un contrario, un astenuto. Compatto il centrodestra, che ha trovato l'appoggio anche dell'Udc. Partito democratico e Italia dei Valori hanno abbandonato l'aula dopo aver annunciato il loro «no». Bene, si fa per dire. Un bel ritorno al passato, anche in questo campo, era proprio quello che ci voleva.

Ora il governo ha sei mesi di tempo per riempire di contenuti la delega, piuttosto ampia e fumosa, che si è «meritata» dal parlamento. In primis, dovrà indicare i siti adatti alle nuove centrali, «piantare le bandierine» sull'italica cartina. Un rebus di non facile soluzione. A partire dai tempi, sei mesi appunto. Vuol dire che Berlusconi dovrà annunciare entro metà gennaio chi saranno i «fortunati» che si beccheranno una nuova centrale sul loro territorio. A meno di due mesi dalle elezioni regionali, potrebbe essere un boomerang per il Cavaliere, che pagherebbe in termini elettorali la scelta. L'opposizione al nucleare, dopo la schiacciantissima vittoria del fronte del No al referendum del 1987, dovuta anche all'onda emotiva della tragedia di Chernobyl, è ancora viva nel nostro paese. Sono migliaia i comuni «denuclearizzati» sul territorio italiano. Vuol dire che nei loro confini, oltre a non costruire siti, non potrebbero nemmeno passare autoveicoli che trasportano scorie. Non avendo questa dizione «dignità giuridica» è facile immaginare che, di fronte a «interessi superiori» (leggasi business), l'esecutivo se ne «fotterà» allegramente. Ma a «remare contro» la scelta dell'esecutivo c'è, soprattutto, la conformazione fisico-geologica del nostro paese.

Sono ben pochi i siti adatti alla costruzione di una centrale nucleare. Una grande parte del territorio italiano non è adatta perché area sismica. Secondo limite: una centrale ha bisogno di un'ingente quantità d'acqua. La portata dei nostri fiumi, pochi esclusi, non è sufficiente. Quindi, il posto più adatto dovrebbe essere in riva o nelle vicinanze del mare. E di un porto, e anche grande, perché una parte dei macchinari deve essere importato via mare. Posti del genere, in Italia, sono ben pochi e, nonostante il governo mantenga il «segreto di stato» sui siti presumibilmente già individuati, basta un semplice controllo incrociato delle caratteristiche necessarie per mettere in allarme le popolazioni delle aree individuate e provocare le giuste, scontate proteste dei cittadini.

Ma il grande risparmio economico ed energetico e l'incremento occupazionale che porterà al nostro paese, tanto sbandierato dal centrodestra, sicuramente zittirà le voci di dissenso di «pochi, facinorosi sobillatori». E anche qui sono dolori. Perché è tutto falso. Recenti studi hanno dimostrato che, a parità di energia prodotta, i siti che producono energia da fonti rinnovabili creano posti di lavoro che sono dieci-quindici volte superiori a quelli nucleari. In più l'energia derivata dall'atomo costa più di quella del gas. E tutta questa energia al nostro paese non serve neanche: il consumo annuo di gas in Italia è di 90 miliardi di metri cubi; entro il 2020 si è calcolato che si avranno a disposizione le infrastrutture necessarie per importarne 180 miliardi. Esattamente il doppio, tanto che potremmo anche permetterci di rivenderlo ad altri paesi europei. Senza tener conto del fatto che entro quella data, per rispettare le normative europee, dovremmo aumentare la nostra produzione di energia da fonti rinnovabili di circa 54 miliardi di chilowattora annui.

Insomma tornare al nucleare non vale la pena, sotto nessun aspetto. A meno che il nostro «valente» governo non intenda sottrarsi agli obblighi dell'Unione europea sulle fonti rinnovabili, andando incontro alle ovvie sanzioni dell'Ue, abbandonando la ricerca sulle fonti rinnovabili per dedicarsi al nucleare. E fare in questo modo un favore a qualche potente lobby.

(da il manifesto.it del 10 luglio 2009)


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