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Ultimo Aggiornamento
mercoledì 20 maggio 2009

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Sì del senato al nucleare «Green economy» addio
di Matteo Bartocci

- Una maggioranza schiacciante ma decisamente svogliata ha deciso senza troppi patemi d'animo il ritorno dell'Italia al nucleare. Nel centrodestra banchi vuoti, interventi pro-nuke zero (non c'è bisogno), voglia di lavorare poca, perché tutto appare già deciso e distante. Tanto che per quasi tutto il giorno al senato manca perfino il numero legale per riunirsi. Il fatidico ritorno all'atomo viene deciso in meno di due ore anche se la parola fine, prossimamente, toccherà alla camera.

Il dibattito in aula sembra archeologia industriale, con un ddl cosiddetto «sviluppo» che come stimolo all'economia contro la crisi non stanzia un euro (si fa tutto a saldo zero) ma in compenso diventa un ddl «salsiccia» che contiene di tutto. I 17 articoli scritti a dicembre sono diventati più di 30. Dalla sospensione della «class action» alle agevolazioni per i campeggi, dall'abolizione delle «lenzuolate» di Bersani sull'assicurazione auto fino alla lotta alle borse false e, appunto, al ritorno al nucleare. Come è d'uso nell'era Berlusconi, il parlamento non conta nulla o quasi. Gli articoli 14 e 15 del ddl delegano il governo a decidere entro sei mesi luoghi e criteri per la costruzione delle centrali nucleari e dei siti di stoccaggio dei rifiuti. Entrambe saranno aree top secret, «di interesse strategico nazionale» e dunque protette dall'esercito, come le discariche di Napoli. Già a febbraio Berlusconi ha siglato con Sarkozy gli accordi per far costruire le centrali italiane classe Epr all'Edf, l'ente elettrico pubblico francese partner dell'Enel. Sarà Parigi, però, a metterci la tecnologia. E l'Italia si prepara a concedergli carta bianca.

Per fare le centrali ci sarà un'autorizzazione unica che varrà come nulla osta, atto di assenso amministrativo, licenza, concessione ed esproprio. A fermare l'iter potranno essere solo la Valutazione di Impatto Ambientale (Via e Vas). Alla faccia del federalismo né i comuni né le regioni avranno voce in capitolo. «I siti verranno scelti dalle imprese», denuncia Roberto Della Seta, Pd ex di Legambiente. E per mettersi al riparo dai ricorsi l'unico tribunale legittimato a decidere sarà il Tar del Lazio, una sorta di nuova corte suprema per tutto ciò che riguarda l'energia. Tipi di impianti, rapporti con i costruttori e procedure saranno decise dal Cipe, cioè dal governo, dopo il sì definitivo.

Non manca nemmeno l'emendamento «porcata». La Sogin sarà di nuovo commissariata e forse privatizzata dopo la parentesi felice del governo Prodi. L'ente pubblico dedicato allo smaltimento delle scorie civili italiane e, business non secondario, dei sommergibili ex sovietici avrà un bilancio separato e opaco gestito da un commissario e due vice. Guarda caso tre posti come Fi, An e Lega.

E i costi? Per ora si stimano circa 5 miliardi a centrale, ma in Finlandia e Francia (ultimi paesi Ue a costruirle) tra prima pietra e consegna i costi sono raddoppiati. La torta iniziale dunque è di almeno 20 miliardi di euro. In tempi di crisi si capisce perché perfino gli Stati uniti, con tutto il loro arsenale atomico, non costruiscono una nuova centrale dal '72. È un dato di fatto che da allora nessun paese del mondo ha investito nel nucleare a meno che non ce l'avesse già.

Ma dove saranno i nuovi impianti? Il governo ne vuole due al Nord, una al Centro e una al Sud (1600 MW ciascuna). Strutture di quella dimensione però consumano tanta acqua. I fiumi, perfino il Po, sono inaffidabili e dunque bisognerebbe farle vicino al mare. Ma su quali coste? E con quali oneri di desalinizzazione? Il parlamento si fidi, poi si vedrà.

Le barricate non si vedono. Anzi. Il Pd vota contro non per «pregiudizio antinuclearista» ma per «motivi di merito economico», sottolinea Gian Carlo Sangalli a nome dei democratici. L'Italia oggi può produrre 90mila MW. Un terzo dei quali con le centrali a gas costruite negli ultimi 15 anni, nessun paese europeo ha fatto altrettanto. «Il sistema elettrico italiano - ricorda Sangalli - ha un eccesso di capacità di proporzioni storiche. Molte nuove centrali nella pianura padana sono utilizzate al 50%. Pensare di farne di nuove in questo momento è un paradosso economico e rappresenterebbe un ulteriore costo che finirebbe sui già alti prezzi dell'energia». Per Grazia Francescato (Verdi), il nucleare è una follia: «Nel 2000 un Kg di uranio costava 7 dollari mentre oggi ne costa oltre 120. Spendere decine di miliardi per centrali già obsolete e che vedranno la luce forse nel 2020 significa rinunciare a quella green economy su cui puntano con forza Obama, Merkel, Sarkozy e Zapatero». Di destra e di sinistra, tutti tranne noi.

(da il manifesto.it del 13 maggio 2009)


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