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Ultimo Aggiornamento
martedì 28 aprile 2009

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Energie rinnovabili, necessari investimenti per 40 miliardi per lanciare la filiera italiana

- Sicurezza energetica e minore dipendenza dall'estero. Salvaguardia ambientale. Non solo: il business dell'energia pulita, in tempi di crisi, viene ormai indicato da sempre più parti come settore anticiclico che può rappresentare la base (e l'opportunità) per un nuovo modello di sviluppo economico. In Italia la filiera industriale è ancora embrionale. Ma si muove in un contesto normativo in rapida evoluzione, primo tra tutti il target imposto dalla direttiva europea: il 20% di fonti rinnovabili sul consumo finale di energia da raggiungere entro il 2020 (per l'Italia si tratta del 17%). Obiettivo decisamente ambizioso. A che punto siamo? Le aziende italiane produttrici di energia da fonti rinnovabili sono pronte a investimenti per 40 miliardi di euro da qui al 2020. Mentre Obama prometteva una rivoluzione verde durante la campagna elettorale per le presidenziali americane, da questa parte dell'Atlantico le cose si stavano muovendo, in ordine sparso, già da un pezzo. Formulare un quadro chiaro dell'opportunità del cosiddetto green business in Italia non è cosa semplice. I numeri che fotografano l'incremento delle installazioni per le diverse fonti, soprattutto fotovoltaico ed eolico, sono noti. L'opportunità per la filiera industriale italiana, invece, ancora sfugge. In molti segmenti, spesso i più redditizi, dipendiamo dall'estero "Le tecnologie in Italia, un tempo, non mancavano: eravamo leader nel settore idroelettrico, per primi abbiamo sviluppato il fotovoltaico e avviato la costruzione di macchine eoliche di grossa taglia" spiega Roberto Longo, presidente di Aper, l'associazione italiana dei produttori di energia da fonte rinnovabile che ha organizzato l'incontro "L'Italia di fronte ai target europei al 2020". Longo parla al passato perché "con la crisi del mondo delle partecipazioni statali in cui era allora concentrata l'industria elettromeccanica italiana" il processo non ha fatto nascere, insieme a qualche Megawatt di impianti, anche un vero e proprio settore industriale. "Per tutti gli anni Novanta il settore è stato mantenuto da imprese di piccole dimensioni – continua Longo – ora invece ci sono imprenditori piccoli, medi, ma anche grandi e prestigiosi, gruppi quotati e, da poco, fondi di investimento italiani e stranieri".

Negli ultimi mesi l'energia pulita è finita sotto i riflettori della politica a diversi livelli. Il governo italiano ha da tempo indicato l'obiettivo di raggiungere, entro il 2020, un mix energetico composto per il 50% da fonti tradizionali, e spartire le due restanti quote del 25% tra rinnovabili e nucleare. Si parla di energia elettrica: oggi la quota di rinnovabili si aggira intorno al 16%. "Per raggiungere tale obiettivo nei prossimi anni si dovranno installare oltre 20mila MW di nuovi impianti, il che vuol dire investire qualcosa come 40 miliardi di euro", precisa Longo. Senza dimenticare la direttiva europea che obbliga i paesi membri a raggiungere una quota media del 20% di fonti rinnovabili sul consumo finale di energia. Per l'Italia è stata decisa una percentuale del 17%. La cifra non deve ingannare, tradotta in termini di obiettivi elettrici vuol dire il 30%: più di quanto indicato dal governo; il doppio della percentuale attuale. "Noi produttori siamo pronti a fare questi investimenti tra capitale e debito per 40 miliardi di euro – prosegue Longo – per riprendere, se ci sarà chiarezza e stabilità degli obiettivi, quel discorso interrotto negli anni Novanta che passa per la sinergia tra università, ricerca industriale applicata e investimenti produttivi per far ripartire la filiera industriale che deve produrre tecnologie e impianti". Quanto ai costi, secondo i calcoli di Aper su dati Aeeg, Gme, Ref e Confartigianato oggi un piccolo imprenditore paga l'energia 192euro per MWh, "prezzo altissimo rispetto al resto d'Europa". Eppure su questa cifra il costo di produzione industriale è di 52 euro per MWh. Circa un quarto. Pesano una serie di voci, tra cui la fiscalità e altissimi costi di gestione. "Se volessimo incentivare addirittura con 100 euro per MWh i circa 40TWh necessari a raggiungere gli obiettivi europei entro il 2020, si registrerebbe un incremento in bolletta della fetta rappresentante gli incentivi per le rinnovabili (che oggi incide per il 3,12%) sull'ordine dell'1,5% sul totale della bolletta".

Ovviamente questo è lo scenario possibile e le dichiarazioni di intenti. Perché si traducano in realtà occorrono una serie di condizioni, prima tra tutte semplificazione e affidabilità nel tempo della normativa. "I nostri investimenti hanno tempi di ritorno decennali, è decisivo agire in un quadro che dia delle garanzie temporali". Per la verità, negli ultimi anni il regime di incentivi ha subito diverse modifiche. Attualmente, soprattutto per quanto riguarda il Conto Energia fotovoltaico, il Paese per una volta non può dirsi arretrato: dopo il dietrofront spagnolo l'incentivo è il migliore d'Europa. "Non chiediamo incentivi, ma la volontà politica chiara di investire in un settore. Senza la possibilità di realizzare gli investimenti in tempi certi servono a poco". Anzi, il rischio è di drogare il mercato (cosa, per l'appunto, già successa in Spagna con relativa esplosione della bolla e crollo dei prezzi) e dare luogo a fenomeni speculativi (già registrati dalle cronache italiane).
Un concetto emerge in maniera chiara. Per quanto ci sia ancora una certa difficoltà a recepirlo in termini culturali, la promozione dell'energia rinnovabile ha a che fare solo per alcuni aspetti con il tema ambientale. Chi si lancia nel mercato non lo fa per scelta di fede ambientalista. Qualcuno forse sì, ma molto meno di un tempo. Gli stessi target europei 20-20-20 sono nati da esigenze assolutamente concrete. "Dietro alla spinta di Barroso c'era certamente Angela Merkel e l'industria tedesca, che ha visto una crescente competitività del settore – ha spiegato Carlo Corazza, direttore della rappresentanza italiana della Commissione europea a Milano –. Stesso fenomeno registrato da anni nei Paesi scandinavi. Dall'altro lato c'era Putin, che utilizza l'energia come strumento di politica estera. L'Europa si è accorta in più occasioni di avere una sovranità energetica limitata". E che dunque occorre investire in fonti energetiche più vicine al consumatore. "L'ambiente lo metterei al terzo posto – ha concluso Corazza – anche la politica europea è cinica".

Luciano Barra, della segreteria tecnica del dipartimento dell'energia del ministero dello Sviluppo economico ha sottolineato come il nostro Paese abbia "ancora delle difficoltà ad essere influente, in sede comunitaria, nel momento in cui vengono formulate le decisione europee" aggiungendo però che ha già intrapreso "la strada giusta" per la promozione del settore. Il governo sta mettendo in campo gli strumenti per proseguire, ma, per quanto riguarda le continue modifiche al regime legislativo lamentate dall'associazione, Barra ha sottolineato come anche dall'altra parte ci siano richieste mutevoli nel tempo. Un tema cruciale, sottolineato da Tommaso Franci, dell'Istituto di ricerca Ref. "Per arrivare al target del 2020 sarà strategica la governance tra Stato, Regioni, enti locali, ma anche operatori e altri soggetti. È decisivo, in particolare, un sistema di monitoraggio condiviso, anche per essere trasparenti e univoci con l'opinione pubblica". Come dire, bisogna fare sistema secondo regole chiare e lontane dalle logiche di campanile. Nell'immediato l'obiettivo è l'approvazione delle linee guida per il procedimento di autorizzazione unica, in modo da superare le frammentazioni regionali. Barra ha assicurato che i lavori sono in corso e potrebbero terminare a breve. Altro nodo irrisolto, sul fronte normativo, è quello della ripartizione tra Regioni e Province autonome della quota minima di incremento dell'energia elettrica prodotta da fonte rinnovabile necessaria per raggiungere i target europei. Qui, ci vorrà più tempo.

(da Progetto Nuova Energia del 24 aprile 2009)


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