Livorno -
Mentre Barack Obama porta avanti la sua strategia di riconversione ecologica dell'economia e investe sul nuovo paradigma energetico imperniato sulle tre gambe del risparmio, dell'efficienza e delle rinnovabili, c'è chi in Italia prova a fare peggio degli spot del
governo che nei mesi scorsi ha firmato
l'improbabile accordo con la Francia per la realizzazione di centrali nucleari (dopo cioè che saranno state individuate e accettate dalla popolazione le localizzazioni di centrali e depositi delle scorie, saranno stati trovati i soldi, e sarà stato siglato un contratto di approvvigionamento dell'uranio, le cui scorte sono previste esaurirsi entro 50 anni a patto che le centrali in funzione rimangano quelle attuali).
All'auditorium della Camera di Commercio di Livorno, in particolare, si è parlato della possibilità di accreditare il territorio provinciale come possibile sede di centrali nucleari attraverso un dibattito che ha visto tra i relatori il presidente di Confindustria Livorno Andrea Gemignani e il professore Marino Mazzini, ordinario di Protezione e sicurezza nazionale alla facoltà di ingegneria dell'università di Pisa, autore della relazione "Prospettive della produzione di energia nucleare. Applicazione alla Toscana".
«Per ora – ha affermato il professore Mazzini - in Toscana si possono individuare non dei siti, ma delle aree possibili. Il che significa che gli studi devono essere approfonditi di molto. Perché per giungere alla realizzazione di centrali nucleari esiste una metodologia strutturata articolata in tre fasi: un'analisi sul territorio a disposizione per individuare i siti potenziali, poi uno screening atto a ridurre il numero dei siti e per ultimo una analisi dettagliata dei pochi siti rimasti».
Le aree indicate dal professore – essenzialmente identiche a quelle indicate da uno studio toscano di molti anni fa (ossia quando Enel era interessata a costruire una centrale nella regione con un partner francese) sono localizzate tutte sulla costa a partire da San Vincenzo fino ad Alberese più l'Isola di Pianosa. Ma, come ha spiegato il professore stesso, alcune di queste sono state escluse perché zone a elevato interesse turistico e naturalistico (parchi).
«Sostanzialmente – ha concluso Mazzini - ne rimangono solo una o due: in pratica la zona di Torre del Sale e Pianosa, ma ben inteso a Pianosa con torri di refrigerazione. Quindi, qualche piccola possibilità c'è. Ovviamente, questa conclusione è solo potenziale perché sono stati considerati solo pochissimi aspetti per l'individuazione delle zone».
Alla discussione hanno partecipano anche Roberto Tortoli, vicepresidente della commissione ambiente della Camera, Anna Rita Bramerini, assessore all'ambiente e all'Energia della Regione Toscana. La Regione ha già risposto ufficialmente no a qualsiasi proposta di insediamento atomico sul proprio territorio, ed ha ribadito le scelte prioritarie: rinnovabili compresa la geotermia, risparmio ed efficienza e gas. L'assessore ha sottolineato poi gli aspetti negativi del nucleare (tempi lunghi di realizzazione – che al contrario possono essere usati per investire sulle rinnovabili -, la scarsità della risorsa-uranio, il problema irrisolto delle scorie).
Al dibattito ha partecipato anche Piero Baronti, presidente di Legambiente Toscana, che ha ribadito il suo no all'atomo. «Legambiente conferma la propria posizione contraria alle centrali nucleari, e soprattutto all'accordo siglato dai governi italiano e francese per la realizzazione di centrali di III categoria. Tale accordo potrebbe essere un affare per il sistema industriale francese – continua Baronti - ma la tecnologia di III generazione, ad oggi non ha risolto nessuno dei problemi noti, che ci sono da sempre per il nucleare: in primo luogo quello della produzione dei rifiuti. Basta pensare che oggi nel mondo ci sono già 250mila tonnellate di scorie radioattive in attesa di trovare una sistemazione definitiva e per definitiva si intende depositi sicuri per migliaia di anni, tempo necessario al dimezzamento della carica radioattiva». Insomma per Baronti si tratta di «una tecnologia vecchia, costosa e inquinante», ma soprattutto «inadatta e insicura per la Toscana e per l'Italia, territorio ad alto rischio sismico, come purtroppo il terremoto delle settimane scorse ha dimostrato».
(da greenreport.it del 23 aprile 2009)
|