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Prima sono andati col cappello in mano in giro per l'Europa a chiedere degli sconti per l'Italietta, poi si sono schierati con la arretrata Polonia dei due gemelli per cercare di fermare l'Europa che avanza verso i tre 20%. Il governo Berlusconi non arretra di fronte a nulla, pur di restare saldamente attaccato a una Confindustria che, con la sua piattaforma generale, si muove al confine tra il XIX e il XX secolo, provincialmente ignara che siamo da tempo entrati nella terza, se non quarta, rivoluzione industriale. Certo, si è dovuto ricorrere, come d'abitudine, all'arsenale dei dati truccati. Ma in Europa il bluff viene smascherato con tanto di giusta reprimenda del commissario Ue all'ambiente. Del resto, nessuno ha gridato: "Millantatore!" quando Scajola se ne è uscito fuori proponendo la sua linea sull'energia con un 25% di nucleare da fare entro il 2020, cioè almeno dieci centrali nucleari da 1600 megawatt (tipo l'Epr francese di Flamaville).
Sul legame energia-cambiamenti climatici si gioca una delle più grandi sfide, forse la più grande di questo secolo e l'Europa si è messa in pole position. I "benaltristi", che ironizzano sulla portata limitata degli effetti dei tre 20% europei, fingono di ignorare che quando Zapatero pretende il "sorpasso" sull'economia italiana non è certo estraneo il fatto che la Spagna ha già installato il quintuplo dell'eolico dell'Italia e ci sta dando una pista su tutti i tipi di energia solare. Fingono di ignorare che la Germania ha aperto negli ultimi dieci anni oltre 250mila nuovi posti di lavoro proprio nel settore delle energie dolci, che McCain propone nel suo programma il 60% - Obama il 90% - di abbattimento della C02 entro il 2050. Anche la Marcegaglia dovrebbe capire che questo obiettivo sarebbe impossibile se al traguardo del 2020 gli States non avessero raggiunto il 20% che si propone l'Europa. Certo il XXI secolo è quello della rivoluzione del web, della autostrade informatiche, ma queste procedono quasi per conto loro, hanno alle spalle quella dematerializzazione delle produzioni preconizzata trent'anni fa dal rapporto Saint Geours dell'allora Cee.
Più complessa e radicale la "rivoluzione energetica" europea. Da un lato essa incontra la resistenza "locale" delle industrie grandi consumatrici d'energia, che vogliono perseguire, come è evidente nel consorzio per la centrale nucleare finlandese di Olkiluoto 3, i loro interessi contro le regole della concorrenza (ma non è affatto detto che la Ue darà a suo tempo il via libera). E sul piano "globale" ci sono sempre le grandi multinazionali dell'energia che vogliono essere loro a decidere modalità e tempi per l'ineluttabile cambiamento del modello energetico. Per questo non esitammo a definire "rivoluzionaria" l'azione europea lanciata nel marzo del 2007 dalla "ragazza dai capelli rossi", Angela Merkel, la democristiana dell'ex Ddr, che riuscì a convincere i riottosi paesi dell'Est. Perché il passaggio da un modello ad alta densità d'energia - quello attuale - a un modello di energia diffusa sul territorio apre non soltanto all'innovazione tecnologica e a una nuova economia, ma anche a forme nuove di partecipazione, di responsabilità concreta, di controllo e di cultura, in una parola gli elementi fondamentali di una società sostenibile.
Ma lottare per quello che servirà ai nuovi assetti produttivi delle società e ai conseguenti stili di vita richiede visione di futuro e superamento di vecchie concezioni "industrialiste", ancora fortemente radicate e non davvero solo a destra. Eh sì, perché la miseria delle azioni di questo governo forse farà aprire qualche occhio anche in Italia, ma il complesso del centro sinistra sta anche lui indietro di lustri e sembra non voler cogliere la grande occasione, l'altra faccia dei drammatici sconvolgimenti climatici. La sinistra, quella che si è auto pensata radicale, ha colto in queste grandi tematiche l'aspetto strumentale di battaglie settoriali, giustapponendole a un vetusto armamentario di lettura della società.
Il Partito Democratico, inceppato oltretutto da un inopportuno perbenismo istituzionale, non ha capito, al di là di qualche sortita interessante, che è impensabile un riformismo del XXI secolo che non abbia al centro le politiche della sostenibilità, proprio a partire dal link energia ambiente. Solare, ma anche nucleare non regge da nessun punto di vista, risorse economiche e organizzative, impegno industriale, gestione amministrativa, modello di società: è l'esempio più netto di come il riformismo, per essere tale, deve essere capace di radicalità. C'è da augurarsi che in una battaglia ampia perché la Ue batta Berlusconi tutta la sinistra trovi finalmente la sua strada.
(da il manifesto.it del 19 ottobre 2008)
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