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Ultimo Aggiornamento
mercoledì 19 marzo 2008

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Nucleare d'Italia
di Maurizio Ricci
Centrale di Caorso

- Cinque-dieci centrali nucleari, al costo di almeno 20-40 miliardi di euro. E cominciando subito, per avere la prima pronta nel 2019, e arrivare a generare, fra 15-20 anni, il 25 per cento dell'elettricità italiana. Il percorso immaginato dalla Edison, il secondo gruppo elettrico italiano, è lastricato di forse, di auspici in una classe politica illuminata e di più di un'incertezza su tempi e costi. Ma, se l'Italia deciderà che il nucleare è l'unico modo per tagliare effettivamente le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera, il piano è questo. Al quartier generale dell'azienda milanese, l'atomo, visto che il 50 per cento delle azioni sono in mano ai francesi dell'Edf, che sulle centrali nucleari campano, è una realtà di routine, ma l'energia atomica non viene vista come un asso pigliatutto, sul modello francese. Piuttosto, come una carta in più, in un mazzo che vede anche il massimo sforzo possibile per le rinnovabili e per l'efficienza energetica. Senza, però, dicono alla Edison, o si resta al buio o si rinuncia a combattere l'effetto serra.

Il punto di partenza è il divario fra i consumi attesi e la produzione disponibile. Le stime ufficiali prevedono un fabbisogno, al 2030, di 545 Twh di elettricità (un terawattora equivale ad un miliardo di kilowattora). Se i piani del governo uscente venissero rispettati, il risparmio dovuto ad un aumento di efficienza sarebbe di circa 100 Twh, abbassando il fabbisogno a 445 Twh. Contemporaneamente, gli impianti esistenti, o in costruzione, ne produrrebbero 225.

Quanto ne può aggiungere lo sforzo per sviluppare le energie rinnovabili, dal vento, al sole, all'idroelettrico? La potenzialità massima individuata dal governo uscente è di 54 Twh. Resta un buco di 165 Twh, anche nell'ipotesi di risparmiare con l'efficienza energetica. Per coprire questo buco con ulteriori risparmi si dovrebbe raddoppiare l'obiettivo previsto per l'efficienza. Possibile? All'Edison ne dubitano. Il grosso dei risparmi, nei piani del governo uscente, doveva avvenire dal comparto riscaldamento, cioè dai comportamenti di milioni di consumatori, piuttosto che di poche imprese, e da un massiccio ricorso alle biomasse, in sostanza l'utilizzo di legno, derivati e rifiuti. Si può, allora, aumentare il ricorso alle rinnovabili? Dubbi anche qui. Per raggiungere quell'obiettivo di 54 Twh, il governo uscente prevedeva di decuplicare la potenza installata con le turbine a vento e di moltiplicare per 1000 (da una base di partenza molto bassa) quella dei pannelli solari. Obiettivi che i tecnici della Edison già definiscono "sfidanti".

Come si pu&ogarve chiudere, allora, questa forbice? L'ipotesi più semplice sarebbe quella di costruire nuove centrali a gas. Al di là dei dubbi che il futuro comporta per le forniture di gas, tuttavia, questa strada è bloccata da un muro: l'impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica. Anche se in misura minore, rispetto agli altri combustibili fossili, anche il metano produce Co2. Il vincolo posto dalla Ue all'Italia è ridurre del 20 per cento le emissioni rispetto al 1990. Vuol dire che, nel 2030, le centrali elettriche italiane non potranno produrre più di 88 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Ma già gli impianti esistenti ne produrranno 70. Nuove centrali a gas significano sfondare il muro degli 88 milioni. Secondo la Edison, esaurite le possibilità delle rinnovabili e i risparmi da maggiore efficienza, restano solo altre due strade per soddisfare il fabbisogno di elettricità, senza aumentare le emissioni: il carbone (con cattura e sequestro dell'anidride carbonica) e il nucleare (che è a emissioni zero).

Il piano della Edison contempla due scenari. Nel primo si battono tutte e due le strade e, alle centrali con carbone senza Co2 si affiancano cinque centrali nucleari, in grado di produrre circa 80 Twh, un quinto del fabbisogno nazionale. La cattura e sequestro di Co2 dal carbone è, tuttavia, ancora a livello sperimentale e non è detto che la sua realizzazione commerciale sia imminente. Senza questo nuovo carbone, per colmare il buco sarebbero necessarie dieci centrali nucleari per una produzione di 140 Twh, pari al 35 per cento del fabbisogno. Cinque o dieci, comunque, dice la Edison, bisogna partire subito, per avere la prima centrale in funzione nel 2019.

Iniziano qui i nodi irrisolti del piano. Al di là della questione sicurezza (i reattori sarebbero di terza generazione, come quello invia di realizzazione in Finlandia e in Francia), il primo problema è quello dei tempi. Dieci anni è quanto è stato previsto per la centrale in costruzione in Finlandia (l'unica, a oggi, in Occidente), ma, per l'Italia, appare un obiettivo particolarmente "sfidante". Le carte della Edison tracciano una tabella che prevede un anno di dibattito generale, un anno per scegliere il sito, due per avere tutte le autorizzazioni, due anni per preparare il sito, cinque per costruire la centrale. E' una tabella dubbia anche nella sua parte finale: la costruzione del reattore finlandese, partita nel 2005, è già in ritardo di due anni. Ma, soprattutto, nella sua parte iniziale. Le stesse carte della Edison ricordano che, nonostante la legge "sblocca centrali" del 2002, l'autorizzazione, per esempio, della centrale a gas di Presenzano, in Calabria, avviata nel 2004 è ferma, quattro anni dopo, in attesa della Valutazione di Impatto Ambientale.

Il secondo problema è quello, largamente irrisolto anche a livello mondiale, delle scorie altamente radioattive. La Edison valuta che cinque-sei reattori, nell'arco di vita di 60 anni, producano 21 mila metri cubi di residui, pericolosi ancora per secoli. Bisognerebbe individuare una loro localizzazione (il dibattito sul sito di Scanzano Jonico è ancora aperto) o concordare una loro esportazione in siti geologicamente sicuri, come dovrebbe essere, secondo le dichiarazioni ufficiali, quello che la Finlandia sta approntando per le proprie centrali. Il terzo problema è quello dei costi. Al contrario di quanto avviene per una centrale a gas, in una centrale nucleare il combustibile costa poco, ma costruire la centrale costa molto. In altre parole, conta quanto capitale bisogna investire e a che tasso di interesse lo si è trovato sul mercato. Questo significa che il costo di un kw nucleare e il prezzo a cui venderlo tendono ad essere rigidi: se arrivassero nuove fonti di energia o il prezzo del petrolio crollasse, l'energia nucleare potrebbe finire fuori mercato. Sono tutte e due ipotesi, oggi, piuttosto remote. Tuttavia, l'entità dell'investimento è un parametro cruciale. Quanto costa il piano nucleare che la Edison, peraltro, vorrebbe condividere con altri partner? Realizzare le centrali costerebbe fra i 20 e i 40 miliardi di euro, a seconda che si realizzino cinque o dieci centrali, ovvero si installino 10 o 20 mila megawatt di potenza. I tecnici della Edison arrivano a questa valutazione, calcolando un costo di costruzione di 2 mila euro a kw installato, ovvero 4 miliardi di euro per ogni centrale da 2 mila megawatt. E' la valutazione corrente nel mondo dell'industria nucleare e la stessa utilizzata in Finlandia (dove, peraltro, il ritardo di due anni nella costruzione ha già alzato di quasi il 25 per cento il costo inizialmente previsto). Tuttavia, secondo alcuni, è ottimistica. Moody's, l'agenzia di rating che, probabilmente, svolgerebbe un ruolo cruciale, nel momento in cui i futuri protagonisti del nucleare italiano si rivolgessero al mercato per trovare i capitali necessari a realizzare le centrali, è favorevole all'opzione nucleare, ma sposta parecchio più in su la valutazione: fra i 5 e i 6 mila dollari - cioè 3'200-3'800 euro, al cambio attuale - per kw installato. L'Italia nucleare costerebbe fra i 30 e i 70 miliardi di euro, a seconda del numero di centrali.

E ora la politica si prepara a decidere
Nucleare? Sì grazie. A poco più di vent'anni dal referendum che rifiutò questa forma d'energia, l'Italia della campagna elettorale ci ripensa. Entrambi i principali schieramenti - pur se con peso ed enfasi diversa - ne prevedono, nei loro programmi, l'utilizzo.

Il Partito democratico fa un riferimento meno marcato: il capitolo che ne parla s'intitola "Ambientalismo del fare" che, al primo punto, accenna "all'energia pulita, più abbondante, meno cara". "L'Italia sia il paese del sole anche in fatto d'energia" vi si legge, ma qualche riga più sotto indica come il paese debba poi impegnarsi sulle tecnologie di punta, fra le quali "anche il nucleare di quarta generazione, ovvero quello a sicurezza intrinseca e con la risoluzione del problema delle scorie. E' indispensabile essere presenti nelle partnership internazionali in questi campi".

Una formula molto simile è utilizzata anche nel programma del Pdl che, nella sua prima "mission", quella destinata al rilancio del paese, fa chiaro riferimento alla "partecipazione ai progetti europei di energia nucleare di ultima generazione". Ma spiegando il suo progetto di governo davanti agli elettori Berlusconi è stato ancora più chiaro: "Credo che non ci sia alternativa se non di andare in maniera decisa verso un progetto di fonti energetiche nucleari per il paese" ha detto. Scelta obbligata "vista la decisione sciagurata degli anni '80, quando abbiamo abbandonato il nucleare" con il risultato che oggi "compriamo energia nucleare da chi vicino a noi la produce".

(da La Repubblica del 17 Marzo 2008, pag. 29)

Il commento di un nostro utente: Assurdità Nucleari Italiane (ANI)
Ho letto con interesse l'articolo "Nucleare d'Italia" e vorrei fare una domanda. Ma prima una precisazione doverosa.
Vorrei far notare l'assoluta ignoranza dei nostri media sulla questione nucleare. Dire infatti che l'Italia per produrre energia nucleare ha riconverito "alcune centrali elettriche come quelle di Latina e Caorso" dimostra come da noi non esista il giornalismo scientifico, ma tutto si riconduca a scrivere dei pezzi di cronaca, seppur nucleari.
Ma ecco la domanda.
Perché il governo Italiano vuole far costruire sul suo territorio centrali nucleari che saranno di proprietà dei cugini francesi (che già ci vendono a caro prezzo la loro elettricità)?
Edison è infatti controllata all'80% da aziende energetiche francesi e vede in EDF, il colosso elettrico francese, il proprietario effettivo dell'azienda.
EDF detiene il 13,36% di Edison. Il resto è suddiviso tra la "Transalpina di energia srl" (il 61,28%), il mercato e un socio italiano (10,2%).
Il fatto è che la "Transalpina di energia srl", che detiene il pacchetto di maggioranza di Edison, altro non è che una joint venture tra la Delmi (50%) e la stessa EDF (50%). Ed EDF è l'azienda parastatale francese che produce con il nucleare il 74% dell'energia elettrica che distribuisce in Francia ed in Europa. Il principale concorrente di Enel.
Non sarà che le centrali le costruiscono gli italiani e poi la corrente la usano i Francesi? Magari per farci concorrenza in casa. Quei Francesi che non hanno ancora aperto il loro mercato elettrico all'Europa?

Daniele Rovai


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