- Tra i tanti guai provocati dai sempre più frequenti incidenti
nucleari, c'è anche il mediocre tentativo degli opinion makers della lobby nucleare di
continuare a propinarci il frusto argomento del nucleare sicuro, economico e indispensabile
per soddisfare i crescenti consumi elettrici ed energetici che il progresso richiede. A parte
la balla dei crescenti consumi energetici, in realtà a Tokaimura è andato in pezzi
l'ultimo mito dell'industria nucleare: è evidente ormai che non solo nei paesi dell'ex
URSS, ma anche nell'occidente tecnologicamente evoluto si verificano incidenti nucleari gravi.
Il problema non è dunque solo negli standard di sicurezza, sicuramente inferiori nei
paesi dell'Est, ma anche nel semplice fatto che non è progettabile la sicurezza
assoluta. In altre parole non è possibile costruire sistemi a prova di errore umano.
Ciò che sconsiglia fortemente l'uso del nucleare è che un errore umano, in una
delle installazioni atomiche, (come si è verificato a Cernobyl e Tokaimura) ha
conseguenze infinitamente più gravi di quelle derivanti da errori compiuti in altri
settori, come ad esempio nel caso del pur gravissimo disastro ferroviario di Londra.
Nel caso del nucleare, infatti, la dimensione catastrofica può assumere proporzioni
planetarie, coinvolgendo miliardi di individui e soprattutto durare per millenni, alla faccia
del rispetto delle future generazioni. Ancora oggi il reattore distrutto della centrale di
Cernobyl continua, come un vulcano attivo, a produrre grandi quantità di calore e
radioattività e gli esperti stanno domandandosi come intervenire per ripristinare
l'integrità del famoso sarcofago, che mostra preoccupanti crepe e numerosi cedimenti
strutturali. Nel frattempo nessuno dice e scrive che a causa dell'incidente dell'86 Ucraina e
Bielorussia sono territori nei quali la qualità della vita è arretrata di almeno
un secolo e con i quali nessuno vuole più commerciare ne investirvi risorse.
Ma è consigliabile respingere definitivamente le sirene dei nuclearisti per altre due
ragioni. La prima è che rimane tuttora irrisolto il problema della gestione delle
scorie, anzi si cominciano a perdere barili di plutonio, come è successo recentemente,
in questo frenetico girovagare per trovare siti adatti ad ospitare i materiali radioattivi. Ma
la seconda ragione è ancora più inquietante: nessuno sa come effettuare le
dismissioni (il cosiddetto decommissioning) delle centrali esistenti, quando terminerà
la loro vita produttiva. In questi anni, anziché investire cervelli e risorse nella vana
ricerca del nucleare intrinsecamente sicuro, sarebbe stato decisamente più saggio ed
utile impegnarli per cercare di scoprire come si fa a smantellare grandi strutture in acciaio
e calcestruzzo armato, che a loro volta sono diventate radioattive per il massiccio
irraggiamento subito durante l'esercizio. Da tempo si sta tentando di sviluppare dei robot per
sostituire i kamikaze di oggi, ma anche i microchip nei cervelli dei robot, se sottoposti ad
intensa radioattività, subiscono alterazioni che li rendono inutilizzabili.
Ma allora perché, sebbene questi argomenti siano sempre più riconosciuti dalla
comunità scientifica oltre che dall'opinione pubblica, chi governa e chi gestisce i
sistemi energetici, continua ad insistere su una tecnologia che si è dimostrata
pericolosa e trascura invece quelle alternative tecnologiche che potrebbero risolvere il
problema energetico senza danni all'ambiente e alle persone, come le fonti rinnovabili? Si
può rispondere a questo interrogativo in primo luogo con una constatazione che spesso si
tenta di occultare: il nucleare civile serve per alimentare quello militare. La guerra nei
Balcani e le ultime vicende internazionali nelle quali si è consumato il declino
dell'Onu e l'emergere della Nato come gendarme del mondo, hanno bloccato gli accordi sul
disarmo e spingono molti paesi in via di sviluppo a dotarsi di ordigni nucleari. Una seconda e
più banale, risposta può essere quella delle ragioni del profitto e cioè che
gli investimenti sul nucleare sono ormai stati fatti e quindi non si può tornare
indietro. C'è poi la considerazione che le tecnologie del petrolio e del nucleare (tutte
le fonti non rinnovabili) si prestano allo sfruttamento in regime monopolistico, mentre le
tecnologie del sole, vento e biomasse, in quanto diffuse sul territorio, non si prestano e
pertanto non riescono a coagulare un sufficiente interesse economico e relative aspettative di
profitto. Tutte queste risposte riconducono ad un nodo di fondo: una alternativa energetica
nell'attuale modello di sviluppo non è praticabile perché presuppone un nuovo
modello di sviluppo, quello sostenibile.
Enrico Berlinguer scriveva su Rinascita, nel 1979: Noi abbiamo proposto al Paese il grande
tema dell'austerità, un discorso nel quale era presente certamente anche una componente
morale di condanna contro i privilegi e lussi... Prendiamo il caso esemplare dell'energia:
c'è qualcuno che pensa di risolverla affrontandola solo in termini di chilowatt di
potenza e di tonnellate di petrolio. O essa non è tale invece da richiedere una politica
che risponda positivamente agli interrogativi dell'ambiente, sulla protezione
sanitaria?".
E' a questo livello che bisogna portare la discussione e le scelte energetiche. In questa
prospettiva e clima culturale le fonti rinnovabili diventano convenienti e danno un contributo
decisivo nel coprire i fabbisogni energetici, e si farà strada la verità tecnica
banale: e cioè che l'energia solare incidente sui tetti delle case supera, se sfruttata,
l'intero fabbisogno energetico dell'umanità. L'incidente di Tokaimura deve essere
l'occasione non solo per accelerare il declino del nucleare, ma dell'insieme del modello
energetico basato sulle fonti non rinnovabili (nucleare, carbone, petrolio, gas), per fare
spazio al sole, al vento e alle biomasse, oltre che sull'uso razionale dell'energia. Dovrebbe
far riflettere che i paesi leader nello sviluppo delle fonti rinnovabili sono proprio i tre
paesi tecnologicamente più avanzati: Germania, Giappone, USA. E' invece desolante che
l'Italia, paese che ha saputo dire no all'illusione del nucleare, sia il più arretrato,
per ricerca ed investimenti, nello sviluppo di questa alternativa energetica. Perché il
paese del sole non è in grado come la Germania di progettare 100'000 tetti solari
fotovoltaici o installare oltre 3'000 MW di generatori eolici lungo le coste del mare del nord
e del mar Baltico (pari al 3% della potenza totale delle centrali elettriche tedesche)?
Ma il punto essenziale, lo scoglio da superare, per una nuova strategia energetica è il
seguente. Essa non solo presuppone la forza e la volontà politica di superare la
resistenza di enormi interessi costituiti proprio nella rete delle grandi concentrazioni
industriali-finanziarie; ma la capacità di programmare nel lungo periodo ricerca,
sperimentazione, investimenti con una massa critica necessaria a rendere le energie
alternative mature, convenienti, accessibili. Ripropone in forma concreta il tema oggi
esorcizzato di un intervento pubblico programmatore e di un consenso di massa rispetto a una
nuova priorità di bisogni e consumi. L'esatto contrario della logica privatistica e
delle convenienze a breve termine, entro cui si rinchiude la cultura e la politica
neoliberista.
E' curioso e indicativo che oggi, proprio nel momento in cui si realizza la privatizzazione
dell'Enel, di tutto ciò, della prospettiva della politica energetica, nessuno parli. Si
discute molto sulle ragioni e sulla necessità della sinistra e lo si fa spesso a
sproposito e con l'obiettivo di poter dimostrare che non serve. Forse una seria discussione
sulla prospettiva energetica potrebbe aiutare a ridare una identità alla sinistra e a
riconfermarla come un fondamentale soggetto di cambiamento della società.
(da larivistadelmanifesto.it del 18 novembre 1999)
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