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Ultimo Aggiornamento
domenica 27 luglio 2008

© Neo
1999 ~ 2008
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Oltre il nucleare, con energia
di Eugenio Mistral e Massimo Serafini

- Tra i tanti guai provocati dai sempre più frequenti incidenti nucleari, c'è anche il mediocre tentativo degli opinion makers della lobby nucleare di continuare a propinarci il frusto argomento del nucleare sicuro, economico e indispensabile per soddisfare i crescenti consumi elettrici ed energetici che il progresso richiede. A parte la balla dei crescenti consumi energetici, in realtà a Tokaimura è andato in pezzi l'ultimo mito dell'industria nucleare: è evidente ormai che non solo nei paesi dell'ex URSS, ma anche nell'occidente tecnologicamente evoluto si verificano incidenti nucleari gravi. Il problema non è dunque solo negli standard di sicurezza, sicuramente inferiori nei paesi dell'Est, ma anche nel semplice fatto che non è progettabile la sicurezza assoluta. In altre parole non è possibile costruire sistemi a prova di errore umano. Ciò che sconsiglia fortemente l'uso del nucleare è che un errore umano, in una delle installazioni atomiche, (come si è verificato a Cernobyl e Tokaimura) ha conseguenze infinitamente più gravi di quelle derivanti da errori compiuti in altri settori, come ad esempio nel caso del pur gravissimo disastro ferroviario di Londra.

Nel caso del nucleare, infatti, la dimensione catastrofica può assumere proporzioni planetarie, coinvolgendo miliardi di individui e soprattutto durare per millenni, alla faccia del rispetto delle future generazioni. Ancora oggi il reattore distrutto della centrale di Cernobyl continua, come un vulcano attivo, a produrre grandi quantità di calore e radioattività e gli esperti stanno domandandosi come intervenire per ripristinare l'integrità del famoso sarcofago, che mostra preoccupanti crepe e numerosi cedimenti strutturali. Nel frattempo nessuno dice e scrive che a causa dell'incidente dell'86 Ucraina e Bielorussia sono territori nei quali la qualità della vita è arretrata di almeno un secolo e con i quali nessuno vuole più commerciare ne investirvi risorse.

Ma è consigliabile respingere definitivamente le sirene dei nuclearisti per altre due ragioni. La prima è che rimane tuttora irrisolto il problema della gestione delle scorie, anzi si cominciano a perdere barili di plutonio, come è successo recentemente, in questo frenetico girovagare per trovare siti adatti ad ospitare i materiali radioattivi. Ma la seconda ragione è ancora più inquietante: nessuno sa come effettuare le dismissioni (il cosiddetto decommissioning) delle centrali esistenti, quando terminerà la loro vita produttiva. In questi anni, anziché investire cervelli e risorse nella vana ricerca del nucleare intrinsecamente sicuro, sarebbe stato decisamente più saggio ed utile impegnarli per cercare di scoprire come si fa a smantellare grandi strutture in acciaio e calcestruzzo armato, che a loro volta sono diventate radioattive per il massiccio irraggiamento subito durante l'esercizio. Da tempo si sta tentando di sviluppare dei robot per sostituire i kamikaze di oggi, ma anche i microchip nei cervelli dei robot, se sottoposti ad intensa radioattività, subiscono alterazioni che li rendono inutilizzabili.

Ma allora perché, sebbene questi argomenti siano sempre più riconosciuti dalla comunità scientifica oltre che dall'opinione pubblica, chi governa e chi gestisce i sistemi energetici, continua ad insistere su una tecnologia che si è dimostrata pericolosa e trascura invece quelle alternative tecnologiche che potrebbero risolvere il problema energetico senza danni all'ambiente e alle persone, come le fonti rinnovabili? Si può rispondere a questo interrogativo in primo luogo con una constatazione che spesso si tenta di occultare: il nucleare civile serve per alimentare quello militare. La guerra nei Balcani e le ultime vicende internazionali nelle quali si è consumato il declino dell'Onu e l'emergere della Nato come gendarme del mondo, hanno bloccato gli accordi sul disarmo e spingono molti paesi in via di sviluppo a dotarsi di ordigni nucleari. Una seconda e più banale, risposta può essere quella delle ragioni del profitto e cioè che gli investimenti sul nucleare sono ormai stati fatti e quindi non si può tornare indietro. C'è poi la considerazione che le tecnologie del petrolio e del nucleare (tutte le fonti non rinnovabili) si prestano allo sfruttamento in regime monopolistico, mentre le tecnologie del sole, vento e biomasse, in quanto diffuse sul territorio, non si prestano e pertanto non riescono a coagulare un sufficiente interesse economico e relative aspettative di profitto. Tutte queste risposte riconducono ad un nodo di fondo: una alternativa energetica nell'attuale modello di sviluppo non è praticabile perché presuppone un nuovo modello di sviluppo, quello sostenibile.

Enrico Berlinguer scriveva su Rinascita, nel 1979: Noi abbiamo proposto al Paese il grande tema dell'austerità, un discorso nel quale era presente certamente anche una componente morale di condanna contro i privilegi e lussi... Prendiamo il caso esemplare dell'energia: c'è qualcuno che pensa di risolverla affrontandola solo in termini di chilowatt di potenza e di tonnellate di petrolio. O essa non è tale invece da richiedere una politica che risponda positivamente agli interrogativi dell'ambiente, sulla protezione sanitaria?".

E' a questo livello che bisogna portare la discussione e le scelte energetiche. In questa prospettiva e clima culturale le fonti rinnovabili diventano convenienti e danno un contributo decisivo nel coprire i fabbisogni energetici, e si farà strada la verità tecnica banale: e cioè che l'energia solare incidente sui tetti delle case supera, se sfruttata, l'intero fabbisogno energetico dell'umanità. L'incidente di Tokaimura deve essere l'occasione non solo per accelerare il declino del nucleare, ma dell'insieme del modello energetico basato sulle fonti non rinnovabili (nucleare, carbone, petrolio, gas), per fare spazio al sole, al vento e alle biomasse, oltre che sull'uso razionale dell'energia. Dovrebbe far riflettere che i paesi leader nello sviluppo delle fonti rinnovabili sono proprio i tre paesi tecnologicamente più avanzati: Germania, Giappone, USA. E' invece desolante che l'Italia, paese che ha saputo dire no all'illusione del nucleare, sia il più arretrato, per ricerca ed investimenti, nello sviluppo di questa alternativa energetica. Perché il paese del sole non è in grado come la Germania di progettare 100'000 tetti solari fotovoltaici o installare oltre 3'000 MW di generatori eolici lungo le coste del mare del nord e del mar Baltico (pari al 3% della potenza totale delle centrali elettriche tedesche)?

Ma il punto essenziale, lo scoglio da superare, per una nuova strategia energetica è il seguente. Essa non solo presuppone la forza e la volontà politica di superare la resistenza di enormi interessi costituiti proprio nella rete delle grandi concentrazioni industriali-finanziarie; ma la capacità di programmare nel lungo periodo ricerca, sperimentazione, investimenti con una massa critica necessaria a rendere le energie alternative mature, convenienti, accessibili. Ripropone in forma concreta il tema oggi esorcizzato di un intervento pubblico programmatore e di un consenso di massa rispetto a una nuova priorità di bisogni e consumi. L'esatto contrario della logica privatistica e delle convenienze a breve termine, entro cui si rinchiude la cultura e la politica neoliberista.

E' curioso e indicativo che oggi, proprio nel momento in cui si realizza la privatizzazione dell'Enel, di tutto ciò, della prospettiva della politica energetica, nessuno parli. Si discute molto sulle ragioni e sulla necessità della sinistra e lo si fa spesso a sproposito e con l'obiettivo di poter dimostrare che non serve. Forse una seria discussione sulla prospettiva energetica potrebbe aiutare a ridare una identità alla sinistra e a riconfermarla come un fondamentale soggetto di cambiamento della società.

(da larivistadelmanifesto.it del 18 novembre 1999)


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